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“Quel giorno sul treno…”. Morto ammanettato, la verità sul passato di Fakir

Una morte improvvisa, avvenuta al termine di un intervento nel quartiere Pilastro di Bologna, e una serie di interrogativi ancora aperti. La tragedia di Abderrahim Fakir, 42 anni, porta ora al centro degli accertamenti il comportamento di polizia e soccorritori, le procedure di immobilizzazione e le nuove tutele previste per chi opera in servizio.

La procura di Bologna sta ricostruendo quanto accaduto prima del decesso dell’uomo. L’obiettivo è chiarire, attraverso gli atti e gli accertamenti tecnici, se ogni passaggio dell’intervento sia stato condotto nel rispetto delle procedure previste e se vi siano elementi rilevanti per l’inchiesta.


Morte di Abderrahim Fakir al Pilastro: le verifiche della procura

Due agenti di polizia e quattro operatori del 118 coinvolti sono stati inseriti nel registro modello 45 bis, introdotto dalle disposizioni del Decreto Sicurezza. È un passaggio preliminare, diverso dall’iscrizione nel registro degli indagati, che non attribuisce automaticamente responsabilità penali.

Gli inquirenti dovranno valutare l’eventuale applicazione di cause di giustificazione, tra le quali l’adempimento di un dovere, lo stato di necessità, la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. Al termine delle verifiche, le posizioni potrebbero essere archiviate oppure seguire ulteriori sviluppi giudiziari.

Lo scudo penale e la posizione degli operatori intervenuti

Le norme richiamate nell’inchiesta prevedono uno specifico percorso di valutazione per il personale intervenuto durante il servizio. Il Decreto Sicurezza contempla inoltre un sostegno fino a 10 mila euro per le spese legali, da restituire qualora venga accertata una condotta dolosa.

Il punto, però, resta uno solo: ricostruire con precisione quei minuti concitati e capire se l’azione degli operatori sia stata necessaria e proporzionata alla situazione affrontata. Saranno le valutazioni della magistratura, e gli eventuali esami disposti, a delineare il quadro.

La contenzione fisica al centro dell’inchiesta sulla morte di Fakir

Un altro nodo riguarda la contenzione fisica utilizzata durante l’intervento. Questa pratica può essere adottata nei confronti di persone in forte stato di agitazione, ma richiede particolare cautela: le procedure raccomandano tempi limitati e attenzione alla posizione del corpo, soprattutto quando la persona viene mantenuta prona.

Il rischio, evidenziato più volte dagli esperti di medicina d’emergenza, riguarda possibili conseguenze sul piano respiratorio e cardiaco. Fabio De Iaco, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, ha ricordato che il contenimento deve essere applicato soltanto per il tempo strettamente indispensabile e secondo protocolli rigorosi.

I precedenti della vittima e gli accertamenti ancora aperti

Nella ricostruzione del profilo di Fakir sono emersi anche suoi precedenti giudiziari. Tra questi, una condanna per reati legati agli stupefacenti, un arresto nel 2019 dopo un episodio su un treno per resistenza e interruzione di pubblico servizio e una denuncia per lesioni risalente al 2022.

Si tratta di elementi distinti dalle circostanze della morte e inseriti nel contesto generale della vicenda. La comunità attende risposte su un dramma che ha acceso il dibattito sulle modalità di intervento nelle emergenze e sulla tutela delle persone coinvolte, dagli operatori ai cittadini in stato di agitazione.

L’inchiesta dovrà ora stabilire se la contenzione adottata nel caso di Abderrahim Fakir sia stata conforme ai protocolli e se possa avere avuto un’incidenza sul decesso del 42enne. Gli accertamenti proseguiranno nei prossimi mesi.


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