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Cobolli, figuraccia a Wimbledon: “Ecco perché ho perso”

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A Wimbledon basta un attimo perché la magia si trasformi in un peso enorme. L’erba scivola, il pubblico rumoreggia, e ogni punto sembra dire: adesso dimostra chi sei. Flavio Cobolli lo sapeva. Ma mercoledì 8 luglio, in quel silenzio teso da Centre Court, qualcosa si è incrinato.

L’azzurro era arrivato ai quarti con l’aria di chi ha un’occasione grande tra le mani. Dall’altra parte della rete, però, c’era Arthur Fery, idolo di casa, spalleggiato da un tifo che non perdona e non concede tregua. E quella che doveva essere una sfida combattuta è diventata, punto dopo punto, un test di nervi.

Arthur Fery festeggia un punto contro Cobolli a Wimbledon


Il primo set scivola via sul filo: Cobolli lotta, ma un break nel momento sbagliato lo condanna al 6-4. Nulla di irreparabile, almeno in apparenza. Ma nel secondo parziale si vede subito che non è solo una questione di tennis: è la testa che inizia a fare rumore.

Fery alza il livello, il pubblico si accende e Cobolli sembra perdere quelle piccole certezze che, sull’erba, servono come l’aria. Un colpo in ritardo, una risposta che non entra, un rovescio che smette di dare sicurezza. E l’irritazione cresce, diventando sempre più visibile.

Il tie-break, il pollice alzato e lo scontro col padre in panchina

Il momento che cambia davvero la partita arriva nel tie-break del secondo set. Cobolli inciampa in una serie di errori gratuiti, subisce subito un mini break e si agita. Poi, dopo l’ennesima palla fuori, si gira verso il suo box e alza il pollice: un gesto ironico, tagliente, impossibile da non notare.

In panchina c’è suo padre Stefano, che è anche il suo allenatore. E da lì nasce uno scambio di parole acceso, diretto, quasi istintivo. Cobolli chiede aiuto, ma lo fa con la rabbia di chi si sente bloccato. Il padre prova a richiamarlo all’orgoglio e alla calma: gli errori capitano, ma bisogna restare dentro la partita.

Non funziona. Il match, in quel punto, gli scappa dalle mani. Fery porta a casa anche il secondo set per 7-6 e il terzo diventa una discesa senza freni: 6-0. Finale durissimo: Cobolli esce da Wimbledon sconfitto 6-4, 7-6, 6-0.

Le parole dopo il match: “Non sono stato umile”

Nel dopo partita Cobolli non cerca scuse e si prende tutto sulle spalle. Ammette di non essere stato abbastanza umile fin dal primo punto e di aver gestito male la pressione del ruolo di favorito. Una condizione nuova, soprattutto se ripensa ai quarti Slam giocati in passato contro avversari di primissima fascia come Djokovic e Auger-Aliassime.

Il dato che fa ancora più rumore è quello dei ranking: Cobolli, numero 10 del mondo e 5 nella Race, battuto da Fery, numero 114 e wild card. Ma l’azzurro riconosce anche i meriti dell’inglese, capace di giocare un match di livello altissimo nel giorno perfetto.

La sensazione è che questa sconfitta non sia solo un risultato, ma un passaggio. Perché nei grandi palcoscenici il talento non basta se la mente va in frantumi. E Wimbledon, più di ogni altro torneo, ti mette davanti a te stesso: ti chiede lucidità, pazienza, sangue freddo.

Per Cobolli resta un percorso importante e punti preziosi per la classifica, ma anche un episodio che farà discutere: il confronto con il box, la tensione, il blackout finale. Ora la sfida sarà trasformare quella rabbia in qualcosa di utile, già dai prossimi appuntamenti. Perché certe giornate ti segnano. E spesso ti fanno crescere più di una vittoria.


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