Ci sono persone che non finiscono mai in prima pagina, eppure cambiano tutto. Non parlano ai microfoni, non cercano applausi, non si prendono i meriti. Ma se un leader diventa “riconoscibile” al primo sguardo, spesso il segreto è lì: in un’ombra discreta che sistema dettagli, protegge la scena e costruisce un’idea.
Per anni, attorno a Silvio Berlusconi, quell’ombra ha avuto un nome preciso: Mity Simonetto. Una figura riservatissima, fedelissima, capace di lavorare sulla percezione pubblica con una cura che chi le è stato vicino ha definito quasi maniacale. E che, senza mai esporsi, è diventata parte della storia del Cavaliere.
Chi era davvero Mity Simonetto, la regista silenziosa dell’immagine
La notizia della sua scomparsa chiude un capitolo che molti ricordano solo “di riflesso”, perché lei, i riflettori, li ha sempre evitati. Eppure dal 1994 al 2010 Simonetto è stata una presenza costante accanto a Berlusconi, seguendolo nelle apparizioni pubbliche, negli eventi, nelle campagne: dove c’era lui, spesso c’era anche lei, a tenere insieme stile e narrazione.
In quel periodo, l’immagine del fondatore di Forza Italia è diventata un marchio inconfondibile: postura, inquadrature, cura del volto, tono, disciplina scenica. Dietro, non c’era solo l’istinto del comunicatore, ma anche il lavoro metodico di chi sapeva quanto contino i dettagli quando milioni di persone ti guardano.
Delle origini di Mity Simonetto si è sempre saputo poco, anche per scelta. Dopo il liceo linguistico conseguì un diploma da figurinista e iniziò a muoversi nel mondo della moda, lavorando anche come indossatrice in Giappone. Poi arrivarono le sfilate da presentare, il lavoro d’ufficio, le relazioni pubbliche: un percorso che sembra fatto apposta per allenare occhio e fiuto.
Il salto decisivo fu la televisione: Simonetto approdò come addetta stampa di Canale 5. Da lì, l’ingresso nell’entourage berlusconiano fu rapidissimo. In una delle rare occasioni in cui parlò di sé, raccontò che bastò “un colloquio di dieci minuti con il Dottore” per cominciare.
Non era solo un rapporto di lavoro. Negli anni, tra Berlusconi e la sua consulente d’immagine si costruì un’intesa fatta di abitudini, rituali, confidenza misurata e soprattutto fiducia. In un’intervista al Quotidiano Nazionale, Simonetto ricordò con orgoglio un particolare che dice molto dell’equilibrio tra loro.
“Ero l’unica donna che partecipava alle riunioni del venerdì ad Arcore ed ero la sola a cui dava del lei. A volte mi chiamava ‘signora’.” Un dettaglio piccolo, quasi invisibile, ma rivelatore: nell’universo informale del Cavaliere, quel registro era un riconoscimento.
La promessa dopo l’addio: «Continuerò per tutta la vita»
Anche quando la collaborazione professionale finì, l’affetto non si spense. Simonetto non ha mai nascosto il legame con Berlusconi, e quel legame è riemerso con forza nel momento più doloroso: il 12 giugno 2023, giorno della morte del Cavaliere.
Sui social scrisse parole che colpirono anche chi, di lei, sapeva pochissimo: “Caro Dottore, la tristezza come l’amore è un sentimento che non si può descrivere. Io continuerò a curare la sua immagine per tutta la vita”. Una frase che sembra un voto, più che un post.
Attorno a chi lavora dietro le quinte nascono spesso leggende. E una, su Mity Simonetto, è diventata quasi folklore della comunicazione politica italiana: per anni si è detto che fosse stata lei a suggerire di mettere una calza velata davanti all’obiettivo durante l’annuncio della “discesa in campo” del 1994, per ammorbidire le rughe del volto.
Una storia perfetta, di quelle che sembrano scritte per restare. Ma Simonetto l’ha sempre smentita, liquidandola come una leggenda metropolitana. Resta il punto: che sia vero o no, racconta quanto il pubblico percepisse la regia dell’immagine come parte integrante del personaggio.
Dopo l’uscita dall’entourage del Cavaliere, Simonetto continuò a lavorare come consulente freelance nel campo dell’immagine e della comunicazione. Sempre con la stessa cifra: presenza discreta, risultati visibili, vita privata invisibile.
Su famiglia, matrimonio, figli, città in cui viveva, non sono mai circolati dettagli certi: una riservatezza rara, quasi d’altri tempi. Tra le passioni, invece, ce n’era una che lei stessa confessò con ironia: il cinema. In una delle poche interviste raccontò di riuscire a vedere “anche dodici film al giorno col velocino”.
Con la sua scomparsa se ne va una professionista che ha scelto di non esistere pubblicamente, pur contribuendo a costruire uno dei volti più riconoscibili della politica italiana recente. E in un’epoca in cui tutti vogliono essere in scena, la sua storia colpisce ancora di più proprio per questo: perché è stata decisiva senza mai chiedere di essere vista.


