Prima il boato, poi una nuvola di polvere, urla, gente che corre senza neanche capire da che parte scappare. In pochi secondi, la routine di lavoro in una discarica alla periferia di Cebu si è trasformata in un incubo che nessuno dei presenti potrà mai dimenticare. E quello che è successo dopo è ancora più devastante.
Lì dove ogni giorno si smaltiscono montagne di rifiuti, all’improvviso è successo l’impensabile. Una massa enorme si è staccata, ha iniziato a muoversi come una valanga lenta ma inarrestabile, travolgendo tutto: persone, mezzi, strutture. In quell’istante, per decine di operai, il posto di lavoro è diventato una trappola.

Da ore i soccorritori scavano senza sosta tra rifiuti, fango e detriti nella discarica di Cebu. Ogni rumore, ogni minimo movimento potrebbe voler dire che qualcuno è ancora vivo là sotto. Lo ha confermato il sindaco Nestor Archival, che ha parlato apertamente di «segni di vita» sotto quella montagna collassata.
La corsa contro il tempo però è resa ancora più drammatica da un nemico invisibile: il gas metano. Proprio per il rischio di esplosioni, l’uso di mezzi meccanici pesanti è quasi impossibile. Bisogna scavare piano, con estrema cautela, perché un errore potrebbe trasformare il salvataggio in un’altra esplosione di morte.
Intanto, almeno dodici lavoratori sono stati tirati fuori vivi e portati in ospedale. Alcuni sono feriti in modo serio, hanno traumi, fratture, ma non sarebbero in pericolo di vita. Per loro, però, il trauma psicologico sarà una ferita lunga da rimarginare.
Una lavoratrice muore durante il trasporto in ospedale
Il bilancio, purtroppo, è già segnato dal lutto. Una delle persone soccorse, una lavoratrice dell’impianto, non ce l’ha fatta: è morta durante il trasporto in ospedale. A riferirlo è stato Roderick Maranan, direttore della polizia regionale, che ha parlato di una situazione «critica e in continua evoluzione».
Altri feriti sono ricoverati con lesioni di diversa entità. Nei corridoi degli ospedali di Cebu, oltre ai medici, ci sono anche psicologi e assistenti sociali: i sopravvissuti sono sotto choc, molti tremano ancora al ricordo del rumore assordante e della montagna di rifiuti che gli è letteralmente crollata addosso.
«Pensavo fosse caduto un elicottero»: il racconto choc
Tra chi è riuscito a salvarsi c’è Rita Cogay, una delle lavoratrici della discarica. Il suo racconto è un pugno nello stomaco. «Ho sentito un rumore fortissimo. Pensavo fosse caduto un elicottero. Quando mi sono girata, ho visto arrivare i rifiuti. Sono corsa fuori per mettermi in salvo», ha detto, con la voce ancora rotta dalla paura.
Rita descrive scene di puro panico: colleghi che gridavano i nomi l’uno dell’altro, qualcuno che cadeva mentre cercava di scappare, la polvere che rendeva difficile persino respirare. Una fuga disperata tra sacchi, lamiere e materiale che si muoveva come un’onda sporca e letale.
Mentre Rita correva, alle sue spalle la montagna di rifiuti inghiottiva tutto. Chi è rimasto indietro ora è sotto quella massa grigia, e i soccorritori stanno lottando con ogni mezzo per riportare alla luce quante più persone possibile.

La domanda che tutti si fanno a Cebu è una sola: come è potuto succedere? A rendere ancora più inquietante la tragedia è un dettaglio: al momento del crollo non pioveva, non c’era nessun temporale in corso. A chiarirlo è stata una funzionaria della polizia del vicino comune di Consolacion, che ha escluso un legame con un evento meteorologico immediato.
Gli investigatori però stanno guardando più indietro nel tempo. Nelle scorse settimane e mesi, infatti, la zona di Cebu è stata colpita da violenti tifoni nella seconda metà del 2025, e più di recente da un terremoto. Eventi che potrebbero aver indebolito strutture e terreni, anche se, al momento, non c’è ancora un collegamento diretto accertato.
Al centro delle indagini ci sarà inevitabilmente la gestione stessa della discarica: come venivano accumulati i rifiuti, se erano stati segnalati rischi, se c’erano stati allarmi ignorati. Domande pesanti, che ora pretendono risposta.
La discarica al centro della tragedia è gestita dalla società Prime Integrated Waste Solutions e tratta circa 1.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani al giorno. Una vera e propria città di immondizia che ogni giorno inghiotte ciò che Cebu produce, con un via vai continuo di camion, mezzi e operai.
Dopo il crollo, però, dall’azienda è arrivato solo silenzio. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna parola di commento. A parlare, per ora, sono solo le immagini dei cumuli di rifiuti sventrati e le squadre di soccorso che scavano metro dopo metro.
Sarà inevitabile che le autorità filippine chiedano alla Prime Integrated Waste Solutions di spiegare come veniva gestito quel gigantesco deposito e se erano stati rispettati tutti i protocolli di sicurezza. Perché una «montagna di rifiuti» non dovrebbe mai trasformarsi in una tomba.
Quello che è accaduto a Cebu riapre una ferita che nelle Filippine non si è mai davvero chiusa. Nel luglio del 2000, a Manila, una frana in una discarica travolse una baraccopoli e uccise oltre 200 persone. Un massacro che scosse il Paese e portò a una revisione profonda delle norme sulla gestione dei rifiuti.
Le immagini di oggi, con case distrutte, parenti in lacrime e volontari che scavano a mani nude, ricordano terribilmente quelle di allora. E inevitabilmente in molti si chiedono: com’è possibile che, dopo Manila, una tragedia simile possa accadere ancora?
A Cebu, intanto, il tempo sembra essersi fermato. Mentre i soccorritori continuano a lavorare con mani, pale e strumenti leggeri per non provocare nuovi cedimenti, le autorità promettono assistenza alle famiglie colpite e indagini rigorose sulle responsabilità. Ma per chi aspetta notizie di un figlio, di un marito, di una sorella, l’unica cosa che conta adesso è sentire quella frase che tutti sperano: «L’abbiamo trovato vivo».


