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Stipendio annuo aumentato a 310mila euro: scoppia il caso nelle istituzioni italiane

Renato Brunetta

Un nuovo caso sta scuotendo la politica italiana e mettendo in difficoltà le istituzioni. Una delibera, passata quasi in sordina fino a poche ore fa, ha previsto un aumento considerevole dei compensi destinati ai vertici di un importante organismo pubblico, accendendo un dibattito acceso su trasparenza, equità e senso delle priorità nel momento storico che il Paese sta attraversando. Le cifre in gioco, giudicate da molti sproporzionate rispetto alla realtà economica di milioni di cittadini, hanno alimentato una valanga di polemiche e la richiesta di chiarimenti ufficiali, con toni che vanno dall’indignazione morale all’attacco politico più diretto.

A finire nel mirino è il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto da Renato Brunetta. È proprio la delibera approvata nelle scorse settimane a far discutere: prevede un consistente aumento dei compensi dei dirigenti, compreso quello del presidente. “Renato Brunetta, lo stesso che definiva “una semplificazione che fa male” il salario minimo a 9 euro l’ora – protesta Angelo Bonelli, deputato di Avs – oggi si aumenta lo stipendio da 250 a 310 mila euro l’anno. È l’immagine perfetta della destra al governo: chi rifiuta un salario dignitoso ai lavoratori non ha problemi a moltiplicare i propri compensi”. Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, sempre di Avs, che denuncia come la delibera del Cnel finisca per “raddoppiare la spesa per le retribuzioni” dello stesso Consiglio.

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Renato Brunetta


Renato Brunetta, aumento dello stipendio: le opposizioni protestano

Il documento pubblicato sul sito ufficiale del Cnel non lascia spazio a interpretazioni: la tabella alla pagina 2 indica la variazione dei “compensi ed indennità fisse e continuative del presidente, dei vice presidenti e dei consiglieri”, con un incremento progressivo della spesa. Si è passati, infatti, da una previsione iniziale di 850 mila euro per il 2025 a un milione e 30 mila, fino a raggiungere un totale di un milione e 880 mila euro. Un aumento motivato, si legge nella nota di bilancio, dagli adeguamenti che riflettono “gli incrementi medi conseguiti dai lavoratori pubblici contrattualizzati, come calcolati dall’Istat”.

Renato Brunetta

A incidere in modo decisivo, però, è stata “la sentenza n. 135 del 9 luglio 2025 con cui la Consulta ha dichiarato la illegittimità costituzionale” del tetto massimo di 240 mila euro per i dipendenti pubblici. Dopo la decisione della Corte costituzionale, il riferimento è diventato il trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione, pari a 311.658,53 euro. Di conseguenza, i compensi dei vertici del Cnel, compreso Brunetta, sono stati ritoccati a 1,5 milioni di euro complessivi, a cui vanno aggiunti 380 mila euro di contributi previdenziali.

Un dettaglio, quello delle cifre, che non compare nel modo preciso indicato dagli esponenti di Avs, ma che resta ugualmente emblematico per le proporzioni del nuovo bilancio. Da qui la pioggia di reazioni che nelle ultime ore si è riversata anche sui social e nelle aule parlamentari.

Contro Brunetta si schierano anche diversi rappresentanti del Movimento 5 Stelle. Dario Carotenuto, capogruppo M5S in commissione Lavoro alla Camera, parla apertamente di “difesa della casta della peggior specie” e annuncia un’interrogazione parlamentare rivolta alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Il fronte delle critiche si allarga fino a Italia Viva, con Matteo Renzi che affida a X la sua stoccata politica: “Giorgia Meloni non trova i soldi per aumentare gli stipendi al ceto medio ma li trova per aumentare il poltronificio di Brunetta”. Parole dure, che fotografano un clima sempre più incandescente intorno a una vicenda che, partita come un atto amministrativo, rischia ora di trasformarsi nell’ennesima mina sotto la credibilità delle istituzioni.


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