Quando si pensa ai regali istituzionali, vengono in mente piatti commemorativi, cravatte, libri rari. E invece, stavolta, al rientro da un summit che parlava di sicurezza e difesa, i leader si sono ritrovati con un omaggio decisamente fuori copione. Un oggetto che ha fatto alzare più di un sopracciglio e che ha diviso subito le reazioni.
Perché non è stato tanto il gesto in sé a far discutere, quanto quello che è successo dopo: c’è chi ha preferito non toccarlo più, lasciandolo dov’era, e chi invece ha scelto di riportarlo in patria seguendo un percorso formale, fatto di documenti e procedure. Una differenza di stile, ma anche di norme e conseguenze.

Un dono che spiazza tutti: cosa ha consegnato Erdogan ai leader
Al vertice Nato di Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe consegnato a ciascun capo di governo presente un regalo davvero insolito: una pistola personalizzata con il nome inciso, accompagnata da una scatola di munizioni. Un omaggio che, per forza di cose, non poteva passare inosservato.
Non solo per l’oggetto in sé, ma per il contesto: un summit concentrato proprio sul rafforzamento della sicurezza e sull’aumento degli investimenti militari degli alleati. Insomma, un gesto che sembra quasi voler “chiudere il cerchio” in modo plateale, ma che poi si scontra con la realtà delle leggi nazionali.

La scelta di Starmer: “Troppi problemi, resta lì”
A far emergere il retroscena è stato il premier britannico Keir Starmer, che ai giornalisti, durante il volo di ritorno verso Londra, ha raccontato di aver ricevuto la pistola insieme alla documentazione necessaria per facilitarne l’esportazione dalla Turchia.
Ma Starmer ha tagliato corto: ha deciso di lasciare l’arma in territorio turco, spiegando che portarla nel Regno Unito gli avrebbe creato problemi legali. Una scelta prudente, che racconta anche quanto un “regalo” possa trasformarsi in un grattacapo diplomatico e personale.
Meloni la porta in Italia: cosa succede al rientro
Diverso l’approccio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Secondo quanto riferito, la premier avrebbe scelto di portare il dono in Italia, seguendo però le procedure previste per oggetti di questo tipo. In pratica: niente improvvisazioni, niente scorciatoie.
Fonti governative spiegano che la pistola sarebbe stata presa in consegna da personale autorizzato alla gestione delle armi e che, una volta rientrata in Italia, sarebbero state avviate le pratiche necessarie per la denuncia e la registrazione del possesso, come previsto.
L’arma, sempre secondo le stesse fonti, sarebbe stata protocollata a Palazzo Chigi come accade per gli altri regali istituzionali ricevuti dalla presidente del Consiglio, entrando così nella disponibilità della Presidenza del Consiglio. Il trasferimento sarebbe stato possibile grazie alla documentazione fornita dalle autorità turche, necessaria per consentire l’uscita dell’arma dal Paese. E così, quello che per qualcuno sarebbe un oggetto da lasciare sul tavolo, per altri diventa un regalo “gestibile” solo con tutte le carte in regola.
Che lo si legga come gesto simbolico o come provocazione, il punto è che questo regalo arriva proprio mentre i Paesi alleati discutono di difesa, sicurezza e investimenti militari. E in un attimo, un omaggio personale si trasforma in un caso politico-mediatico: non tanto per l’arma in sé, quanto per le scelte successive e per ciò che raccontano.


