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“Un ricatto, 250mila euro…”. Garlasco, a Zona Bianca una nuova sconvolgente pista

  • Italia

Il delitto di Chiara Poggi, avvenuto nel 2007, continua a generare teorie, sospetti e misteri irrisolti, nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere. Eppure, ciò che si è visto nelle ultime ore a Zona Bianca, programma condotto da Giuseppe Brindisi su Rete 4, ha trasformato una delle inchieste più celebri della cronaca italiana in un surreale viaggio nei meandri di una provincia che pare uscita da un racconto di David Lynch. Sul tavolo non solo il destino giudiziario di Stasi, ma un’intera ragnatela di piste alternative che alimentano il sospetto che quella verità giudiziaria possa essere solo un capitolo parziale.

A discuterne in studio sono arrivati nomi pesanti: avvocati, giornalisti, analisti, ciascuno con un tassello da aggiungere al mosaico. Il caso si è riaperto — almeno mediaticamente — sotto l’impulso dell’avvocato Massimo Lovati, legale di Andrea Sempio, e di Antonio De Rensis, difensore di Stasi. A loro si sono uniti cronisti che hanno seguito ogni passo della vicenda, come il direttore di Gente Umberto Brindani, Attilio Bolzoni e Rita Cavallaro.

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Delitto Garlasco, a Zona Bianca si parla anche del caso del ricatto dei romeni a don Gregorio Vitali

Proprio quest’ultima ha tracciato un collegamento che ha dell’inquietante: l’arrivo a Pavia del procuratore Mario Venditti, figura di peso in ambito anti-mafia e anti-terrorismo, avrebbe fatto emergere una rete più ampia, un “sistema” che vede nell’inchiesta di Garlasco solo la punta dell’iceberg. “La sentenza su Stasi non ha superato il principio del ragionevole dubbio”, ha dichiarato Cavallaro. Ma il dettaglio più sconcertante lo cita poco dopo: Chiara Poggi, nei mesi precedenti alla sua morte, avrebbe effettuato ricerche online su pedofilia, disturbi alimentari e tecniche per trovare tracce sui cadaveri.

L’avvocato Lovati ha rincarato la dose, mettendo in discussione le prime dichiarazioni di Stasi alla procura, definendole “versioni inculcate” più che spontanee, “bugie non prefabbricate, ma che gli sono state imposte, talmente assurde da risultare evidenti”. Ed è proprio lui a svelare uno dei fili rossi che potrebbero legare il delitto Poggi a un altro scenario oscuro: il Santuario della Bozzola. In questo contesto si inserisce il racconto di una comunità che accoglieva orfani e tossicodipendenti, di suicidi sospetti mai approfonditi, e di un parroco di campagna coinvolto in un ricatto sessuale con due cittadini romeni che gli avrebbero estorto 250mila euro. “Com’è possibile che un parroco disponga di una cifra simile?”, si chiede Lovati, accusando apertamente la procura dell’epoca di non aver approfondito intercettazioni e segnalazioni contenute nei fascicoli del caso.

Il fatto risale al giugno del 2014, quando i carabinieri di Vigevano, vestiti da preti, arrestarono Flaviu Alexa Savu, all’epoca 33 anni, rumeno incensurato residente a Vigevano e Florin Tanasie, 23 anni, suo connazionale, pregiudicato. Il 23 giugno di 11 anni fa, i due furono ammanettati all’interno della Curia di Vigevano mentre stavano tentando di farsi consegnare da don Paolo Scevola, Promotore di Giustizia della diocesi, una valigetta con il denaro chiesto per non divulgare alcune registrazioni audio di dialoghi telefonico a sfondo erotico con don Gregorio Vitali, all’epoca 70 anni, dal 1990 rettore del santuario della Bozzola a Garlasco.

Il processo si concluse nel 2018 con la condanna di Flavius Savu a cinque anni e sei mesi di reclusione e di Florin Tanasie a un anno e otto mesi. Don Gregorio Vitali, parte offesa nel procedimento, ammise un solo rapporto dovuto a “un momento di debolezza” e gli venne proibito di celebrare messa in pubblico. I presunti video compromettenti del prete non furono mai trovati.


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