È un’intervista senza mezzi termini quella che Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del Cnr, ha rilasciato al Corriere della Sera, intervenendo sul terremoto di magnitudo 4.6 che ha colpito i Campi Flegrei martedì mattina. Il tono non è allarmista, ma lucidamente severo. Le sue risposte alle domande del giornalista si fondono in un ragionamento fluido e incalzante, senza eufemismi: ogni affermazione è il tassello di un ragionamento tecnico e culturale, che mette in discussione l’idea stessa di vivere in una delle aree più densamente popolate e geologicamente instabili d’Europa.
Tozzi inizia sottolineando che l’evento sismico appena avvenuto non modifica la situazione di fondo, già critica. “Il terremoto di magnitudo 4.6 di martedì mattina? Non cambia lo scenario”, dichiara, spiegando che la scossa ha avuto origine in mare, a Bacoli, ma che tutta l’area dei Campi Flegrei, una vasta caldera vulcanica, è soggetta a fenomeni simili. “C’è una zona dove il flusso di gas è più intenso e il sollevamento del suolo maggiore, ma i terremoti possono verificarsi ovunque. E ce ne saranno, altri, e potranno essere ancora più forti”, afferma. Poi arriva la frase che pesa come un macigno: “I cittadini flegrei vivono su una pentola a pressione e dovrebbero solo andare via”.
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Terremoti, Mario Tozzi dopo le ultime scosse ai Campi Flegrei: “Non si può abitare nella zona a rischio”
Una proposta che, a prima vista, può sembrare estrema. Nell’area dei Campi Flegrei risiedono oltre 500mila persone, e pensare a un esodo è complesso non solo sul piano logistico ma anche sociale e culturale. Eppure, per Tozzi, è una scelta obbligata. “Non ci sono molte alternative. Ci saranno altri terremoti, e quando la magnitudo arriva a 5 c’è poco da fare, i palazzi crollano. E prima o poi ci sarà un’eruzione. Quando non possiamo saperlo. Ma a mio avviso è inutile e pericoloso un atteggiamento rassicurante”. Il geologo sostiene che non si debba più abitare in quella zona e invita a una visione radicalmente diversa del territorio: “L’area flegrea dovrebbe diventare un grande parco naturale, meta di turismo naturalistico e culturale, sede di eventi, di parchi, dei musei e della scienza. Ma bisognerebbe abbandonare l’idea di insediamenti abitativi stabili sul supervulcano”.

Sul fronte dell’emergenza, Tozzi resta cauto e non entra nel merito dei piani della Protezione Civile: “Di questo non mi occupo e non mi pronuncio. Ci sono i piani e le valutazioni della Protezione Civile”, chiarisce. Tuttavia non nasconde la sua frustrazione per quello che definisce un ritardo nell’educazione al rischio e nell’organizzazione pratica dell’evacuazione. “C’è una scarsa educazione della popolazione sul tema. Le esercitazioni sono state poche e spesso deserte. Gli uni e gli altri possono con onestà dire di aver fatto tutto per limitare i rischi? A me sembra non sia stato fatto nulla”. La priorità, secondo lui, è adesso una sola: “Mettere in sicurezza gli edifici”.

E i cittadini? Cosa possono fare? Tozzi indica una strada concreta: “Pretendere controlli nelle proprie abitazioni e anche rendere le proprie case più sicure mediante catene in ferro sulle pareti, una sorta di trave esterna a muro a muro. In quanti lo hanno fatto? Spero più di quelli che immagino”. Ma il problema di fondo resta quello della scarsa conoscenza dei fenomeni che avvengono sotto i nostri piedi: “Noi non sappiamo quello che succede nel sottosuolo dei Campi Flegrei. Sappiamo che qualcosa preme da sotto e spinge per farsi strada verso l’alto, a partire dalla gigantesca camera magmatica che si trova a qualche chilometro di profondità”.


Rimane dunque aperta la domanda più inquietante, quella che riguarda la risposta collettiva a un’eventuale eruzione. Il sistema di monitoraggio, spiega Tozzi, è di altissimo livello: “Gli esperti hanno messo in piedi una rete di monitoraggio tale da non avere quasi uguali al mondo: se arrivano segnali di un’eruzione esplosiva importante, questi saranno sicuramente intercettati per tempo”. Ma è davvero sufficiente? La conclusione di Tozzi è netta e amara: “Ma il punto è: siamo davvero pronti per un esodo o per un’evacuazione? Io temo di no”.


