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“Stasi? Questo è impossibile”. Garlasco, Roberta Bruzzone smonta De Rensis: tensione in tv

  • Italia

La nuova puntata di Ore 14 Sera, andata in onda giovedì 9 ottobre 2025 in prima serata su Rai 2, ha affrontato ancora una volta il delitto di Garlasco, riaccendendo un dibattito che, a distanza di quasi vent’anni, continua a dividere opinione pubblica e addetti ai lavori. Milo Infante ha guidato un confronto acceso tra gli ospiti, centrando la discussione su uno dei punti più controversi dell’intera inchiesta: la presenza del presunto sangue sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, elemento che fu a lungo interpretato come una prova chiave nel processo.

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Sin dalle prime battute, l’avvocata Giada Bocellari ha voluto fare chiarezza su quello che ritiene un errore di fondo nella narrazione giudiziaria del caso. “Avete fatto passare per anni il concetto che su quella bici ci fosse il sangue di Chiara Poggi”, ha dichiarato con fermezza, ricordando che “il Dna era sui pedali della bici sbagliata, dove però il sangue non viene trovato”. A quel punto, l’ex comandante del Ris, Luciano Garofano, e il consulente tecnico Redaelli hanno spiegato che le prime analisi sui pedali furono condotte in modo improprio, senza l’utilizzo del reagente specifico necessario per individuare l’emoglobina umana. “Si è verificato che non è stato usato un reagente specifico per identificare l’emoglobina umana”, ha sottolineato Redaelli, aprendo la strada a un lungo scambio tra gli ospiti.


Ore 14 di sera, momenti concitati sul finire di puntata

L’avvocato difensore di Stasi, Gian Luigi De Rensis, non ha nascosto la sua indignazione: “Dopo quel fermo, non si è più tornati indietro. Quello è il punto. Se un Pubblico Ministero compie un interrogatorio prima di fermare un indagato, parlando solo di sangue e quel sangue non c’è, questa è una cosa grave. È stato un interrogatorio molto duro basato sul nulla, perché il sangue non c’era!”. Con toni accesi, De Rensis ha evocato il clima di pressione di quelle ore, denunciando una procedura investigativa che a suo dire avrebbe “incalzato un ragazzo di 24 anni come se ci fossero prove certe”.

A quel punto è intervenuta la criminologa Roberta Bruzzone, che ha voluto riportare l’attenzione sul contesto tecnico di quei giorni: “La Muscio, il PM in questione, aveva in mano il parere preliminare del Ris, non era impazzita. È un parere, ma questo è subentrato dopo”. Le sue parole hanno spinto il dibattito su un piano ancora più complesso, dove il confine tra la prudenza scientifica e la pressione giudiziaria appariva sempre più sottile.

Quando Monica Leofreddi ha osservato che Stasi “è stato bravissimo durante l’interrogatorio, perché ha tenuto il punto e detto l’unica cosa che poteva venirgli in mente pensando al sangue”, alludendo alle “gocce del ciclo mestruale” citate dal giovane durante l’interrogatorio, De Rensis le ha dato ragione: “Se un PM ti dice che c’è sangue sui pedali, ti fidi”. Ma la Bruzzone ha ribattuto duramente: “Ma se io so che non è possibile, non è possibile. Se mi dicono che c’è sangue sui pedali della bicicletta e ti dico che non è possibile, io ti dico che è impossibile fino alla morte”.

A quel punto, il confronto è diventato un vero scontro. De Rensis ha replicato con toni accesi: “Lei sta ragionando da esperta consulente studiosa di persone che non hanno 24 anni. Alberto Stasi era un ragazzino di 24 anni che si trovava a notte fonda davanti a un PM che lo voleva arrestare!”. “Ma non c’entra!”, ha replicato la Bruzzone, “Se uno è sicuro che è impossibile che sia accaduto, la sostiene. Alberto Stasi è tutt’altro che il soggetto fragile che lei cerca di veicolare, non lo era neanche all’epoca”. Il legale, ormai visibilmente contrariato, ha chiuso la discussione con un secco: “Ma come non c’entra? No, guardi… va bene”.

A tirare le somme, è stata ancora una volta l’avvocata Giada Bocellari, che ha cercato di riportare il dibattito al punto originario: “Bisogna avere onestà intellettuale e rimettere al centro Chiara Poggi”. Con questa frase si è chiusa una puntata tesa e ricca di contrasti, dove più che le prove scientifiche sono emerse le ferite ancora aperte di un caso che continua a interrogare la giustizia italiana e la coscienza collettiva del Paese.


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