Un nuovo fronte si apre nell’inchiesta bis sul delitto di Garlasco, che continua a produrre colpi di scena a distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi. La domanda che i magistrati bresciani si stanno ponendo è cruciale: nel 2017 una “talpa” all’interno della procura avrebbe avvisato la famiglia Sempio, consentendo loro di venire a conoscenza di atti coperti dal segreto investigativo? È su questo sospetto che si concentra l’indagine parallela per corruzione che coinvolge l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, già al centro delle polemiche per la gestione delle indagini successive alla condanna definitiva di Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara riconosciuto colpevole del delitto.
Il nome di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, era emerso nel 2017 quando per la prima volta venne iscritto nel registro degli indagati. La posizione fu archiviata, ma l’attenzione degli inquirenti è tornata su di lui negli ultimi mesi, con una nuova iscrizione per omicidio. Attorno a questa vicenda si intreccia anche un altro nome, quello del generale in congedo dei carabinieri Luciano Garofano, già comandante del Ris di Parma, che si è ritrovato tirato in ballo per un bonifico di 6.343 euro ricevuto dalla famiglia Sempio proprio in quel periodo.

Garofano, intervenuto a Quarto Grado, ha voluto chiarire la sua posizione: “Sono finito anche io nel tritacarne”, ha dichiarato. Ha spiegato che quel pagamento era il compenso per una consulenza tecnica regolarmente fatturata e firmata il 27 gennaio 2017. “Voglio respingere con forza le vergognose ignobili illazioni uscite sulla stampa – ha aggiunto –. Venni incaricato di fare una consulenza, ho letto le conclusioni del dottor Linarello che non condividevo, ho analizzato la perizia del dottor De Stefano e la consulenza dello stesso Linarello, e ho espresso le mie considerazioni”.

La vicenda, tuttavia, si complica quando si osserva il contenuto delle carte citate dal generale. Come ricorda il Giornale, uno dei documenti da lui menzionati è la consulenza del genetista Pasquale Linarello, realizzata per conto della difesa di Stasi e depositata solo per chiedere la riapertura delle indagini. In quella perizia si segnalava la presenza di un Dna utilizzabile sotto le unghie di Chiara, che sarebbe poi risultato compatibile con quello di Andrea Sempio trovato su una tazzina.
Il nodo è che, al gennaio 2017, la consulenza Linarello non avrebbe dovuto trovarsi nelle disponibilità della famiglia Sempio: era custodita all’interno del fascicolo segreto dell’inchiesta bis coordinata dall’allora procuratore Venditti. Eppure, in qualche modo, quel documento sarebbe arrivato fino a loro. Una circostanza che alimenta oggi il sospetto degli inquirenti: qualcuno dall’interno potrebbe avere fatto filtrare le informazioni, mettendo così in allarme l’entourage di Sempio.


Se questa pista venisse confermata, si tratterebbe di un passaggio delicatissimo per una vicenda giudiziaria che non smette di sollevare interrogativi e polemiche. Il delitto di Garlasco, già segnato da indagini controverse e da una lunga battaglia processuale, rischia ora di vedere messo in discussione anche il lavoro delle procure, con possibili ombre su chi avrebbe dovuto garantire la trasparenza e la segretezza degli atti. I magistrati bresciani sono al lavoro per chiarire chi abbia aperto quella falla e, soprattutto, se davvero nel 2017 ci fu una “talpa” pronta a proteggere i Sempio dalle indagini.


