La strage di Capodanno a Crans-Montana continua a svelare, giorno dopo giorno, un intreccio di scelte economiche, trasformazioni strutturali e tolleranze diventate fatali. All’inizio, nella notte che avrebbe dovuto inaugurare il nuovo anno, tutto sembrava rientrare nella ritualità festosa di una località alpina di lusso. Poi il caos, il fuoco, la fuga impossibile. Solo col passare delle ore e con il racconto di chi conosceva bene il locale, il quadro ha iniziato a prendere una forma più nitida.
>> “Rapimento e prostituzione”. Strage Crans Montana, la scoperta choc solo ora
I lavori di ristrutturazione all’interno di Le Constellation non erano un segreto. Le fotografie pubblicate su Facebook documentano cantieri aperti, interventi continui e la presenza degli stessi proprietari durante le modifiche. Un restyling che, col tempo, ha cambiato radicalmente l’anima del locale e soprattutto la sua struttura, trasformandolo da punto di ritrovo del paese a macchina della notte pensata per reggere ritmi e numeri sempre più elevati.

Crans Montana, nuovi inquietanti particolari
Le testimonianze raccolte da Repubblica aiutano a ricostruire come si sia arrivati a quel punto. «Aumentare i tavoli al piano terra, ampliandone la superficie. Per riuscirci — dice Erwan Bovier, cliente abituale, a Repubblica — hanno stretto di oltre la metà la scala che scende nel seminterrato. Il vecchio scalone centrale si è trasformato in una discesa larga poco più di un metro: impossibile fuggire, se là sotto si lasciano ammassare centinaia di persone». Una frase che oggi suona come una sentenza, perché quella scala rappresentava l’unica via di fuga dal piano inferiore.

A spiegare il contesto economico è chi il locale lo ha visto cambiare negli anni. «Noi lo chiamiamo Le Constel — dice Carmelo La Spina, storico sarto del resort, a Repubblica — e un tempo è stato il ritrovo del paese. Poi i prezzi di immobili e affitti sono esplosi e il bar è finito nelle mani di Jacques Moretti e della moglie Jessica Maric, francese con genitori siciliani. Le ristrutturazioni sono state continue: una scelta obbligata, per non fallire». Dietro l’immagine scintillante del locale, dunque, si nascondeva una pressione finanziaria costante.

Il nodo centrale emerge quando si parla dell’affitto. «Il proprietario (ndr, Julien Beytrison, titolare dell’agenzia di viaggi La Perle Noire) è arrivato a chiedere — dice a Repubblica il direttore di un grande albergo di Crans, che per un anno ha gestito Le Constellation — poco meno di 40 mila franchi al mese. I prezzi sono questi: per pagarli, esagerare è obbligatorio». È in questo passaggio che la tragedia comincia a mostrare il suo volto più crudo: per sostenere quei costi, aumentare i coperti e comprimere gli spazi è diventata una necessità.
La prima mossa, raccontano in molti, è stata proprio quella di moltiplicare i tavoli al piano terra. Ma la conseguenza diretta è stata la riduzione drastica della scala verso il seminterrato, lo stesso spazio dove, la notte di Capodanno, si sono concentrate centinaia di persone. «Per riuscirci — dice ancora Erwan Bovier, cliente abituale — hanno stretto di oltre la metà la scala che scende nel seminterrato. Il vecchio scalone centrale si è trasformato in una discesa larga poco più di un metro: impossibile fuggire, se là sotto si lasciano ammassare centinaia di persone».
Dentro quel seminterrato, secondo i racconti dei giovani presenti, le regole erano diventate elastiche. «Per entrare la notte di Capodanno — dice Mia Perrin, 19 anni di Crans — ufficialmente era obbligatorio essere maggiorenni, prenotare un tavolo e pagare 100 franchi di biglietto. Quando ho detto alla reception che avevo sei amici tra 16 e 17 anni, mi hanno risposto che, se avessero esibito il documento di un maggiorenne, nessuno li avrebbe fermati. Purtroppo, abbiamo seguito il loro suggerimento».
Un racconto che trova conferma in quello di altri ragazzi. «Poco prima che scoppiasse l’inferno — dice Laeticia S., 17 anni di Losanna — siamo entrati acquistando una bottiglia di vodka per 300 euro. Dentro le Constel c’erano già decine di sedicenni che si scolavano la loro vodka, esultando per l’impresa di essere dove sarebbe stato proibito». In quel dedalo di tavoli e passaggi ridotti, quando il pericolo si è manifestato, la fuga si è trasformata in una trappola.
È qui che la narrazione della strage si completa. Non solo un incendio o un’esplosione, ma una sequenza di scelte dettate dall’esigenza di pagare un affitto insostenibile, di spremere ogni metro quadro, di sacrificare la sicurezza sull’altare della sopravvivenza economica. La scala ristretta, unica via di fuga dal seminterrato, non è stata un dettaglio architettonico, ma il simbolo concreto di un sistema che quella notte ha presentato il conto più alto possibile.


