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Crans-Montana, il sospetto su Moretti: “Tentò di inquinare le prove tra la strage e l’interrogatorio”

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Tra le macerie del Constellation non bruciano solo ricordi e vite spezzate. Nelle ore successive al rogo di Capodanno a Crans-Montana sarebbe successo qualcosa di ancora più inquietante, qualcosa che oggi fa rabbrividire i familiari delle vittime e mette sotto pressione l’intera inchiesta. Perché nel fascicolo sul rogo di Crans-Montana non c’è solo la caccia alle responsabilità per quella notte di fiamme e panico. A scuotere la procura sono anche i timori, messi nero su bianco dagli avvocati delle famiglie delle vittime, che alcune prove cruciali possano essere state cancellate o fatte sparire quando ancora il fumo non si era diradato.

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Un sospetto pesantissimo che si concentra sulle mosse di Jacques Moretti, il titolare del locale, in quelle ore chiave tra la tragedia e il primo interrogatorio di polizia. Un lasso di tempo di circa dieci ore, oggi passato al setaccio minuto per minuto dagli inquirenti. Secondo quanto riferito dai legali delle parti civili e ripreso da diversi media svizzeri, in quell’intervallo temporale sarebbero sparite alcune tracce digitali riconducibili al Constellation. File, dati, elementi informatici che, stando ai sospetti, avrebbero potuto contribuire a ricostruire dinamiche, flussi di cassa, comunicazioni interne prima e dopo la serata di San Silvestro.

Primo piano di Jacques Moretti, titolare del locale Constellation


I movimenti di Moretti dopo il rogo e le “tracce digitali” svanite

Questi timori si intrecciano con un’altra questione esplosiva: la sorte dei documenti sulla ristrutturazione del 2015. Proprio quell’intervento che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe introdotto nel locale materiali altamente infiammabili, trasformando in trappola mortale un posto di festa e musica. Proprio su questi punti, testimoniati anche da ricostruzioni di stampa come quelle riportate da la Repubblica, la procura starebbe approfondendo le versioni offerte dall’indagato e incrociando i dati con perizie tecniche, tabulati e accertamenti informatici indipendenti.

Fiori, candele e omaggi alle vittime del rogo di Crans-Montana

Davanti agli inquirenti, Jacques Moretti ha spiegato che quegli atti, fondamentali per capire chi ha scelto cosa e con quali materiali, non esistono più. Una prima perdita li avrebbe cancellati durante il periodo Covid, a causa di un’alluvione. Un secondo episodio simile, pochi mesi fa, avrebbe costretto allo smaltimento di numerosi documenti contabili danneggiati.

Una versione che, però, non convince affatto gli avvocati delle famiglie delle vittime. Per loro, il rischio che dietro questa catena di sfortune si nasconda una vera e propria distruzione di documenti scomodi è troppo grande per essere ignorato. Chiedono barriere rigide contro ogni possibile manovra collusiva o inquinamento della prova.

L’obiettivo, sottolineano, è uno solo: una ricostruzione completa, trasparente e senza zone d’ombra di ciò che è accaduto prima, durante e dopo il rogo. Nessuna carta persa, nessun file cancellato, nessun buco nero nella memoria del Constellation. Intanto resta cruciale il racconto di quella notte maledetta. Jacques Moretti ha riferito di essere stato avvisato dalla moglie Jessica e di essersi precipitato al Constellation, tra fumo e urla, per tentare di aprire una porta di servizio chiusa a chiave insieme ad altre persone. Davanti a lui, dice, diversi feriti a terra, in condizioni disperate.

Una scena che in parte coincide, ma in parte si scontra, con la testimonianza di Paolo Campolo, uno dei primi soccorritori. Campolo racconta di aver contribuito all’apertura forzata non di una porta interna, ma di una porta a vetri laterale. E di aver visto, subito dietro, corpi ammassati, schiacciati in un imbuto di panico e fumo. Nel suo racconto emerge un dettaglio agghiacciante: un tavolo posizionato di traverso avrebbe ostruito il passaggio, dando l’impressione di essere stato messo lì come un ostacolo, un muro improvvisato che avrebbe reso ancora più difficile l’evacuazione. Un particolare che, se confermato, potrebbe cambiare del tutto la lettura di quella fuga disperata.

Campolo riferisce anche di una voce, quella di una persona che parlava italiano, che avrebbe intimato ai presenti di non toccare le vittime. Una figura che il testimone non collega direttamente a Moretti, ma che entra comunque nel mosaico già complesso delle presenze e dei ruoli davanti al locale, nelle fasi iniziali dei soccorsi.Mentre gli inquirenti incrociano testimonianze, orari e filmati, ogni movimento di Jacques Moretti in quelle ore è sotto lente d’ingrandimento. L’uomo è stato arrestato sei giorni dopo l’incendio e oggi punta alla libertà su cauzione, ma le ombre sulle sue azioni post-rogo rischiano di pesare come un macigno sulle decisioni dei giudici.

Parallelamente al filone sulle prove scomparse, la procura ha acceso i riflettori sul patrimonio dei coniugi Moretti. Ville, immobili, investimenti, partecipazioni societarie: tutto viene mappato e verificato, con controlli incrociati sulla provenienza dei fondi utilizzati per le ristrutturazioni e per la gestione dei locali.

Le autorità stanno valutando la possibilità di un blocco dei beni, se emergeranno elementi ritenuti rilevanti per l’inchiesta, anche in vista di eventuali risarcimenti civili. Per gli investigatori, seguire il flusso del denaro potrebbe rivelarsi decisivo per capire scelte, priorità e omissioni nella gestione della sicurezza. A rendere il quadro ancora più pesante sono le parole di diversi ex dipendenti, che parlano di condizioni di sicurezza carenti, uscite di emergenza poco visibili o di fatto inutilizzabili e prassi organizzative che, di sera in sera, avrebbero aumentato i rischi all’interno del locale.

In questo clima tesissimo entra in scena anche Jean-Marc Gabrielli, figura molto vicina alla famiglia Moretti e legato sentimentalmente a Cyane Panine, una delle vittime simbolo del rogo. In un’intervista televisiva, Gabrielli ha difeso apertamente i titolari del Constellation, descrivendoli come imprenditori appassionati. Secondo lui, le dotazioni di sicurezza, a partire dagli estintori, erano presenti e documentabili. Una posizione in netto contrasto con quella degli ex lavoratori e di alcuni superstiti, che descrivono invece un locale dove la parola sicurezza sarebbe rimasta troppo spesso sulla carta.

Ma anche la figura di Gabrielli, in queste ore, è sotto osservazione. Alcune testimonianze lo collocherebbero all’ingresso del locale la sera di San Silvestro, con un ruolo attivo nella gestione degli accessi. Lui, però, sostiene di trovarsi lì esclusivamente per motivi personali, in attesa di trascorrere la serata con Cyane. L’inchiesta sull’incendio di Crans-Montana procede quindi su più binari: responsabilità penali per il rogo, possibili omissioni nella sicurezza, verifiche patrimoniali e, soprattutto, l’ombra pesante di un presunto inquinamento delle prove tra quella notte di fuoco e il primo interrogatorio.

Per i familiari delle vittime, che continuano a riunirsi davanti al mare di fiori e candele cresciuto attorno al Constellation, in gioco non c’è solo una sentenza. C’è il diritto a una verità piena, costruita su prove integre e su un’indagine che non lasci spazio a dubbi, cancellazioni o silenzi.

E finché resterà il sospetto che qualcuno, in quelle ore drammatiche, possa aver tentato di riscrivere la scena del crimine, l’inchiesta di Crans-Montana continuerà a tremare, tra colpi di scena giudiziari e il grido muto di chi in quella notte ha perso tutto.


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