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“L’ho visto con i miei occhi”. Garlasco, affondo di De Rensis da Milo Infante

  • Italia

Il caso di Garlasco torna ancora una volta al centro del dibattito mediatico, riaccendendo interrogativi che da anni accompagnano uno dei delitti più discussi della cronaca italiana. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nel 2007, continua infatti a generare nuove letture, ipotesi investigative e riflessioni sulle modalità con cui furono condotte le indagini nelle prime fasi.

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Nel tempo, attorno alla figura di Alberto Stasi, condannato in via definitiva, si è costruito un impianto accusatorio che più volte è stato messo in discussione, almeno sul piano del dibattito pubblico. Tra ricostruzioni alternative e dubbi mai completamente sopiti, il caso resta un punto di riferimento quando si parla di errori, intuizioni e sviluppi investigativi complessi.


Garlasco, De Rensis tuona da Milo Infante

A riaccendere la discussione è stato l’intervento dell’avvocato Antonio De Rensis, ospite della trasmissione condotta da Milo Infante. Il legale ha condiviso una riflessione maturata anche sulla base della sua esperienza diretta, sottolineando di aver visto con i propri occhi come il silenzio che spesso accompagna alcune fasi delle indagini possa essere tutt’altro che casuale.

“Quando le indagini sono così tanto graniticamente silenti ho sempre riscontrato elementi in mano a chi investiga. Credo che le indagini tradizionali daranno elementi importanti, intendo SIT, accertamenti, dobbiamo capire la cornetta”, ha dichiarato De Rensis, lasciando intendere che potrebbero emergere nuovi elementi attraverso strumenti investigativi classici ma ancora determinanti.

Nel corso del confronto televisivo, Milo Infante ha posto una domanda destinata a far discutere: “Ma non è che Stasi era un colpevole troppo comodo?”. Un interrogativo che riporta al centro uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda giudiziaria, ovvero la rapidità con cui l’attenzione si concentrò su un unico sospettato.

La risposta di De Rensis è stata altrettanto netta: “Era certamente comodo, troppo non lo so, diciamo facile. Era facile andare su di lui, non a caso è stato l’unico a essere stato sentito subito per decine di ore”. Parole che sembrano suggerire una direzione investigativa immediata, forse dettata anche dalla necessità di trovare rapidamente un responsabile.

A rafforzare questo quadro è intervenuto anche il giornalista Umberto Brindani, che ha ricordato un passaggio chiave delle prime fasi dell’inchiesta: “È bastato un rapporto provvisorio dei RIS, poi smentito, che parlava di sangue di Chiara sui pedali della sua bicicletta per portarlo all’arresto”. Un dettaglio che, secondo molti osservatori, avrebbe inciso in modo decisivo sull’evoluzione del caso.

A chiudere il confronto è stato lo stesso Infante, con una considerazione che sintetizza il clima di quei giorni: “La narrazione intanto era fatta”. Un concetto ripreso anche da Redaelli, che ha aggiunto: “io credo che nell’immediatezza gli investigatori avessero la certezza che Stasi fosse il colpevole, al punto tale che nelle SIT fatte durante la notte chi le sottoscrive sono i tre vertici della territoriale. Pensavano che lì lui avesse confessato”. Un passaggio che, ancora oggi, contribuisce a mantenere aperto il dibattito su uno dei casi più intricati della cronaca italiana.


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