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Lavoro, le 6 ragioni per cui Renzi chiede la fiducia

In molti stanno gridando allo scandalo perché il premier vuole porre la fiducia sul “jobs act”, cioè la riforma del lavoro. In realtà, Matteo Renzi pone la fiducia su se stesso dal giorno in cui è salito a Palazzo Chigi. La sua strategia è un continuo “prendere o lasciare”, basato su almeno “6 idee-guida dell’Era Renziana”. Giuste o sbagliate? Si può discutere all’infinito, e infatti si discute, ma di certo lui batte sempre su questi tasti.


 

1) I tempi della politica – Nell’Era Renziana la politica non è più “programma”, cioè dichiarazione di intenzioni, ma “cronoprogramma”, cioè impegno incardinato sul rispetto di ben precisi tempi. Quindi ogni confronto – sui giornali, in Parlamento o con le forze sociali – può svolgersi solo a patto di non procrastinare le scadenze degli impegni presi. Se i sindacati hanno proposte da fare compatibili con il jobs act, che le facciano in un’ora, o si rassegnino a non contare nulla.

2) I soldi agli italiani – Renzi incassa gli attacchi secondo cui sarebbe ormai un leader di destra, ma lui replica di essere quello che “ha messo in tasca 80 euro al mese agli italiani più poveri” e che si appresta a metterci altri soldi con il meccanismo legato al Tfr. Seguirà questa strada – soldi ai lavoratori più sgravi alle imprese – ad ogni costo: è il suo salvavita sul fronte della sinistra.

3) Il partito – Renzi ha rinunciato all’idea del partito “solido”, basato sulla massa degli iscritti, l’organizzazione centralizzata e il serrato dibattito interno. Il meccanismo delle primarie, voluto dall’ex gruppo dirigente, ha cambiato per sempre la forma della decisione politica. Ora, a chiunque reclama un “più ampio confronto nel partito”, Renzi ribatte che il vero dibattito si fa con chi non solo non è iscritto al partito ma magari non lo ha neppure votato.

4) I voti – L’ormai storico 40 per cento alle europee è il punto di forza incrollabile del cammino renziano. Il consenso elettorale è di continuo esibito come lasciapassare per ogni decisione ed anche per ogni scorciatoia. Il suo 40 per cento, per altro, gli permette di alzare la voce anche in Europa, di fronte a leader di Paesi più forti ma che hanno meno voti di lui. E l’unica arma dei suoi oppositori, far cadere il governo, può trasformarsi in un tremendo boomerang: andare ad elezioni in cui i gruppi parlamentari, al contrario di oggi, li decide per intero il segretario.

5) Le riforme – Renzi ha un asse con Berlusconi, e per questo molti lo accusano di intendersela col nemico. Ma lui continua a dire di essere l’unico leader della sinistra che cambierà le istituzioni in un clima bipartisan.

6) I flop del passato – Renzi porta avanti in economia le politiche riformiste che non sono mai riusciti a realizzare né D’Alema né Prodi, tipo una flessibilità più protetta e il contratto a tutele crescenti. Anche quando le sue accelerazioni sanno di azzardo, il suo argomento forte è “l’Italia è ferma da decenni per colpa vostra, quindi ora nessuno di voi ha l’autorità per fermare il cambiamento”.

Sergio Talamo


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