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“Il Dna? Sapevo tutto”. Garlasco, cosa ha confessato il padre di Andrea Sempio

  • Italia

La riapertura del caso Garlasco ha riportato alla ribalta una vicenda che sembrava ormai chiusa da anni. A distanza di quasi due decenni dall’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, il nome di Andrea Sempio – amico del fratello della vittima – torna prepotentemente al centro dell’inchiesta. La Procura di Brescia ha riaperto il fascicolo, indagando non solo sul 37enne ma anche su un presunto sistema di corruzione che avrebbe coinvolto l’allora procuratore di Pavia, Mario Venditti. Quest’ultimo, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe accettato denaro per chiedere l’archiviazione di Sempio, con una richiesta depositata nel marzo 2017.

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Il padre del giovane, Giuseppe Sempio, è stato nuovamente ascoltato lo scorso 26 settembre e ha ammesso di essersi rivolto a un nome noto della criminologia italiana, l’ex comandante del Ris, Luciano Garofano. “Quando siamo andati dagli avvocati, credo che mi avessero parlato del fatto che il genetista Linarello avesse tirato in ballo la storia del Dna di mio figlio. Dunque l’avvocato Lovati mi consigliava di rivolgermi a Garofano, per la storia del Dna”. Parole che riaccendono l’attenzione sulle modalità con cui la famiglia Sempio avrebbe ottenuto informazioni riservate già prima dell’interrogatorio fissato per l’8 febbraio 2017, in un periodo in cui la consulenza genetica di Linarello – esperto della difesa di Alberto Stasi – era appena stata trasmessa alla Procura pavese.


Garlasco, indagini serrate: i nuovi sviluppi

Gli inquirenti della Guardia di finanza e dei carabinieri di Milano hanno concentrato gran parte delle domande ai genitori di Andrea proprio su questo punto: come potevano conoscere i contenuti di quelle relazioni prima che fossero ufficialmente depositate? E soprattutto, in che modo Garofano aveva avuto accesso alla documentazione dei consulenti della difesa Stasi, come Matteo Fabbri e Pasquale Linarello? La procura di Brescia, guidata dalla pm Claudia Moregola, ha disposto che venga sentito lo stesso Garofano, che di recente ha rinunciato all’incarico di consulente della famiglia Sempio. Il suo contributo, spiegano gli atti, sarà decisivo per chiarire la “disponibilità delle relazioni” di parte e il perché la relazione redatta il 27 gennaio 2017 non sia mai stata depositata, nonostante contenesse valutazioni delicate sulla genetica del caso.

Nel frattempo, la madre di Andrea, Daniela Ferrari, ha raccontato agli inquirenti che già il 23 dicembre 2016 “al telegiornale avevano detto che sotto le unghie di Chiara Poggi era stato trovato il Dna di mio figlio”. Parole che suggeriscono una fuga di notizie ancora da chiarire. Solo pochi giorni dopo, il 30 dicembre, i coniugi Sempio incontrarono Garofano, quando ufficialmente non avevano ancora accesso agli atti. “Che consulenza poteva essere affidata al generale Garofano se non avevate ancora le carte?”, chiedono i magistrati nel verbale. La risposta arriva indirettamente: i genitori spiegano che gli avvocati continuavano a chiedere denaro “per avere le carte”. Secondo quanto messo a verbale, la famiglia avrebbe pagato tra i 55 e i 60 mila euro, denaro proveniente anche da prestiti delle zie di Andrea, ignare del motivo reale della raccolta.

L’inchiesta bresciana, che ruota attorno al cosiddetto “sistema Pavia”, mette sotto la lente anche le intercettazioni e la tempistica delle microspie installate sull’auto di Sempio. Un ex carabiniere, Giuseppe Spoto, ha dichiarato che la microspia fu collocata nel pomeriggio dell’8 febbraio 2017, “durante la notifica dell’invito a comparire”. Ma per gli investigatori le registrazioni sarebbero iniziate molte ore prima, alle 01.35 dello stesso giorno. Un dettaglio che potrebbe aprire nuovi scenari su come venivano gestite le prove e le informazioni all’interno della Procura pavese, in un intreccio che oggi vede indagati non solo Venditti ma anche il pm Pietro Paolo Mazza, ora in servizio a Milano, per corruzione e peculato.

A distanza di anni, anche l’ex sostituto procuratore generale di Milano, Laura Barbaini, ha voluto precisare il suo ruolo. Fu lei, infatti, a ricevere nel dicembre 2016 la richiesta di revisione della sentenza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata. La richiesta, avanzata dai legali del giovane, conteneva la consulenza genetica che ipotizzava la presenza del Dna di Sempio sotto le unghie di Chiara Poggi. Barbaini, però, chiarisce che già allora riteneva tali elementi “non idonei a sostenere la fondata dimostrazione dell’esistenza di un colpevole alternativo”.

L’ex magistrato ricostruisce che, dopo aver valutato la relazione depositata dai difensori di Stasi, trasmise il fascicolo a Brescia e a Pavia affinché venissero verificate eventuali nuove piste. Venditti, allora procuratore, si attivò chiedendo un “appunto riepilogativo” sugli elementi emersi nei precedenti processi, anche in riferimento alla posizione di Sempio. Tuttavia, nella nota conclusiva, Barbaini ribadì che quel Dna – ritenuto insufficiente e degradato – non costituiva una prova solida. Oggi, però, proprio quel reperto, riesaminato con nuove tecniche, è tornato al centro dell’incidente probatorio e potrebbe riaprire definitivamente le sorti di uno dei casi giudiziari più controversi d’Italia.


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