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Ha la terza media e visita 160 pazienti in pronto soccorso: chi è questa donna

  • Italia
finta dottoressa visita pazienti

C’è un reparto dove tutto corre più veloce: le ambulanze che arrivano, le barelle, le decisioni prese in pochi secondi. E proprio lì, dove la fiducia è totale e la paura spesso si taglia con un coltello, per mesi qualcuno avrebbe indossato un camice con una sicurezza che sembrava inattaccabile. Finché un dettaglio, piccolo ma ostinato, non ha iniziato a stonare.

All’inizio nessuno avrebbe avuto motivo di dubitare. Una figura presente, operativa, inserita nei turni, capace di muoversi tra procedure e pazienti come se fosse la cosa più normale del mondo. E invece, dietro quel ruolo così delicato, secondo quanto accertato, c’era una verità che oggi fa rabbrividire e apre domande pesantissime sui controlli.

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Una storia da film, ma è successo davvero in Italia

Il nome al centro della vicenda è quello di Enrica Massone, torinese. Il Tribunale di Imperia l’ha condannata in primo grado a tre anni di reclusione. Una sentenza che arriva dopo mesi di ricostruzioni, verifiche e un processo che ha riportato a galla un quadro, passo dopo passo, sempre più inquietante.

Secondo quanto emerso in aula, Massone sarebbe riuscita a farsi assumere come medico all’ospedale Saint Charles di Bordighera, in provincia di Imperia. Si sarebbe presentata con un’identità professionale completa: laurea in Medicina e Chirurgia alla Milano-Bicocca e iscrizione all’Ordine dei Medici di Milano.

Il nodo che ha fatto crollare tutto: nessuna laurea, solo la terza media

Il punto è che, stando agli atti, quella carriera non esisteva. La donna avrebbe avuto soltanto la licenza media. Eppure, sempre secondo quanto ricostruito, avrebbe lavorato in pronto soccorso arrivando a visitare 160 pazienti, firmando procedure e muovendosi in un contesto dove ogni gesto pesa.

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Una cifra che da sola rende l’idea della portata del caso. Perché non si parla di un episodio isolato o di una giornata “storta”: qui la domanda è come sia stato possibile, e per quanto tempo, senza che si accendesse prima un campanello d’allarme.

Quando i colleghi iniziano a sospettare: “Qualcosa non quadra”

I fatti risalgono al 2023, ma la vicenda è esplosa definitivamente con l’esito del processo nelle ultime ore. A smascherarla, secondo quanto riportato, sarebbero stati alcuni colleghi: piccole incongruenze, comportamenti che non convincevano, dettagli amministrativi che non tornavano. Da lì gli approfondimenti sulla reale posizione professionale.

Il pubblico ministero Lorenzo Fornace aveva chiesto una condanna a tre anni e quattro mesi. La giudice Eleonora Billeri ha stabilito tre anni. E c’è un elemento che, pur nel quadro drammatico, viene sottolineato negli accertamenti: durante il periodo in cui avrebbe lavorato come finta dottoressa, non sarebbero emersi danni diretti ai pazienti.

Risarcimenti e controlli: la ferita che resta aperta

La giudice ha rinviato al tribunale civile le richieste di risarcimento avanzate da ASL1 Imperiese e dall’Ordine dei Medici di Milano. Parti civili nel procedimento erano anche due società mediche presso cui Massone avrebbe lavorato in precedenza.

E intanto resta sul tavolo l’interrogativo che scuote più di tutti: quali controlli sono stati fatti al momento dell’assunzione? E com’è possibile che, almeno all’inizio, una falsa identità professionale abbia retto davanti a un sistema che dovrebbe essere blindato, soprattutto in sanità?

Non era la prima volta: l’altra condanna e il profilo già noto

La storia di Enrica Massone, però, non si esaurisce qui. La donna sta già scontando un’altra condanna definitiva: quattro anni e tre mesi di carcere per aver truffato una coppia di anziani torinesi.

Secondo gli atti, si sarebbe fatta nominare amministratrice di sostegno dei due, appropriandosi di parte della loro pensione senza versare le rette della struttura in cui erano ricoverati. Un dettaglio che, inevitabilmente, pesa nel raccontare il profilo complessivo e il rapporto con la giustizia.

La linea della difesa e cosa succede adesso

Il legale, Giovanni Cicerano, aveva chiesto l’assoluzione sostenendo una presunta incapacità di intendere e di volere della sua assistita. Una tesi che non ha convinto il tribunale.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni. Solo allora si capirà se la difesa deciderà di presentare appello. Nel frattempo, questa vicenda continua a far discutere perché tocca un nervo scoperto: la fiducia. Quella che si consegna a chi indossa un camice, soprattutto quando si entra in pronto soccorso con il fiato corto e la paura negli occhi.


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