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Garlasco, la notizia inattesa: “Indagato anche lui”

  • Italia

Ci sono casi che non smettono mai davvero di parlare. Restano lì, sotto la superficie, e basta un dettaglio fuori posto per far tornare tutto a galla: verbali, orari, ricordi che improvvisamente “mancano”. E quando succede, l’aria cambia. Diventa pesante. E la domanda è una sola: com’è possibile che certe cose siano passate inosservate?

Negli ultimi giorni, attorno al delitto di Garlasco si è riaperto un clima di tensione che in molti credevano archiviato. Non per una voce generica o per l’ennesimo dibattito televisivo, ma per un passaggio formale, di quelli che in Procura pesano come macigni. Un’audizione, una frase letta a verbale e, poi, il silenzio improvviso.


È il 27 giugno, Procura di Pavia. A un certo punto il pubblico ministero richiama l’articolo 371 bis del codice penale, quello che punisce le dichiarazioni non solo false ma anche reticenti. La lettura interrompe il verbale. Un gesto che, in un’interrogatorio, suona come un campanello d’allarme fortissimo.

Davanti all’aggiunto Stefano Civardi e alla pm Giuliana Rizza c’è l’ex capitano dei carabinieri Gennaro Cassese, oggi 62 anni. È l’uomo che coordinò le indagini in una fase delicatissima del caso Garlasco e che, negli anni, è tornato spesso anche in tv per commentare la vicenda.

Stavolta, però, non è lì come analista: è lì perché ci sono “anomalie” che gli inquirenti vogliono chiarire. E quelle anomalie riguardano verbali e interrogatori datati 4 ottobre 2008, in particolare quelli legati agli amici di Marco Poggi.

Il punto, secondo chi indaga, è semplice e allo stesso tempo sconvolgente: in quei documenti ci sarebbero incongruenze temporali difficili da spiegare. Interrogatori che, sulla carta, risulterebbero svolti nello stesso momento da persone identiche, ma in locali diversi. Tra i nomi citati compare anche il maresciallo Flavio Devecchi.

Dentro questo incastro c’è anche un dettaglio diventato cruciale: lo scontrino-alibi del parcheggio di Vigevano, consegnato da Andrea Sempio. Oggi i pm sospettano che quel documento possa essere stato recuperato dalla madre, e non dal ragazzo, come si è sostenuto.

E poi c’è un altro elemento che, se confermato, pesa ancora di più: durante quell’incontro Sempio, allora ventenne, avrebbe avuto un malore tanto serio da richiedere un’ambulanza. Ma nel verbale ufficiale, di quella scena, non ci sarebbe traccia.

Quando viene risentito il 4 aprile 2025, Cassese prova a spiegare: «Se avessi interrotto il verbale per acquisirlo da qualche parte o se fosse stato portato da qualcuno ne avrei dato atto». Una frase che, però, non chiude il cerchio. Anzi, lo riapre.

Durante la riconvocazione a Pavia, i magistrati mostrano una sovrapposizione precisa di orari: l’escussione di Sempio indicata dalle 10.30 alle 14.40 si intreccerebbe con quella di Alessandro Biasibetti (11.25-12.10). Cassese prova a difendersi: «Non escludo, anche se non ne ho un ricordo, che il verbale di Sempio sia stato interrotto, benché non se ne dia atto per attendere lo scontrino».

Non solo. Entra in scena anche il verbale di Mattia Capra, redatto negli stessi locali e nelle stesse ore. «Posso solo supporre che sia mancante la sospensione del verbale e abbiamo svolto altra istruttoria mentre il verbale di Sempio era sospeso», insiste l’ex capitano.

Ma la tensione sale davvero quando si arriva al punto del malore. Cassese, ancora: «Non lo posso escludere, ma non lo ricordo». A quel punto i pm affondano con una domanda durissima: «Ha avuto qualche malattia che dia ragione di un deficit patologico di memoria?».

Dopo il no dell’ufficiale e la conferma che un intervento del 118 avrebbe dovuto comparire negli atti, i magistrati mostrano la scheda dei sanitari: soccorso per “lipotimia” alle 11.19. Davanti all’ennesimo «Non ricordo», Civardi interrompe la seduta. E quello stop diventa il preludio a un passaggio formale che cambia tutto.

Alla fine, Gennaro Cassese viene iscritto nel registro degli indagati per false informazioni al pubblico ministero. Un terremoto, anche per il peso simbolico del ruolo che aveva avuto all’epoca e per l’esposizione mediatica successiva.

Intervenendo poi in tv, l’ex ufficiale ha cercato di chiarire la sua posizione, arrivando anche ad ammettere, con un’espressione che ha fatto discutere: «Abbiamo fatto delle cappellate». Parole che, per molti, suonano come una crepa aperta proprio nel punto in cui la giustizia pretende certezze.

Ora resta da capire quali saranno i prossimi passi e quanto questa nuova linea d’indagine potrà incidere su un caso che, da anni, continua a dividere e a far parlare. Perché quando la Procura torna a scavare nei dettagli, significa che non considera affatto chiusa la partita. E a Garlasco, ancora una volta, tutti trattengono il fiato.


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