Ci sono delitti che non smettono di fare male, anche quando tutto sembra già scritto. Perché restano dettagli che pungono, minuti che non si spiegano, movimenti che sembrano normali e invece diventano un brivido. In questa storia, tra immagini di telecamere e telefonate, c’è un punto che continua a lasciare gelo. La Procura di Civitavecchia non ha mai accantonato del tutto un’ipotesi: che Claudio Carlomagno, 44 anni, dopo il femminicidio di Federica Torzullo, possa non aver gestito da solo le fasi immediatamente successive. Non si parla solo di un aiuto “attivo”, ma anche di un possibile coinvolgimento inconsapevole.
È per questo che, fin dalle prime ore, gli inquirenti hanno passato al setaccio una piccola cerchia di persone. Pochi nomi, legati soprattutto all’ambiente familiare e lavorativo, perché dalle verifiche sarebbe emerso che l’uomo non aveva una rete di amici strutturata su cui contare.

La pista del “complice”: perché la Procura non molla
Secondo la ricostruzione investigativa, il tema non è solo stabilire chi sapesse cosa, ma capire se qualcuno abbia contribuito a coprire, spostare, facilitare. Il procuratore capo Alberto Liguori avrebbe parlato di diverse “zone d’ombra”, soprattutto sugli orari indicati da Carlomagno. Una versione, la sua, che colloca l’omicidio intorno alle 6.30 del 9 gennaio nella villetta di via Costantino, ad Anguillara. Ma proprio in quella fascia iniziano a emergere incastri che non convincono e che richiedono riscontri oggettivi, minuto per minuto.

Secondo Repubblica sarebbero tre i sospettati, ora due visto che i nomi finiti sotto attenzione c’è stato anche quello del padre di Claudio, Pasquale Carlomagno che si è tolto la vita nella sua casa insieme alla moglie. Su Pasquale Carlomagno, è bene ricordarlo, non c’è una prova diretta, ma per una serie di presenze, movimenti e coincidenze temporali che, messe insieme, hanno imposto approfondimenti. Un passaggio in particolare resta centrale: alle 7.08 una telecamera riprende il Doblò del padre fermo sotto casa del figlio. Il mezzo resta lì fino alle 7.18. Claudio avrebbe spiegato che il genitore era passato per chiedere le chiavi di un veicolo, senza ricevere risposta né al citofono né al telefono.

Claudio Carlomagno è stato arrestato il 18 gennaio, giorno del ritrovamento del corpo, e tre giorni dopo ha confessato sostenendo di aver agito da solo. Ma per la Procura la sua ricostruzione non regge in alcuni snodi, soprattutto quando si entra nella sequenza di spostamenti. Secondo gli atti, alle 7.35 Carlomagno lascia l’abitazione con la Kia, con il corpo della moglie nel bagagliaio, e alle 7.40 arriva nella sede dell’azienda. Fin qui, tutto compatibile. Ma alle 8.45 esce un furgone Iveco e non è chiaro chi sia alla guida.
L’Iveco rientra alle 9.11 e alle 9.29 riparte con Carlomagno: dentro ci sarebbe il corpo di Federica. Poi, però, si spalanca il buio: l’uomo torna nel piazzale solo alle 10.33. Un intervallo di 64 minuti che, per gli investigatori, rappresenta l’ora buca più delicata dell’intera inchiesta.
In quel tempo, alle 10.05, una telecamera lo riprende di nuovo alla villetta di Anguillara, il luogo del delitto. Un tragitto normalmente breve viene coperto in 36 minuti. Resta in casa circa dieci minuti e riparte alle 10.15, impiegando altri 18 minuti per tornare in azienda. Alle 10.36 esce poi con la Kia, lasciando l’Iveco nel piazzale. Si dirige verso un’altra azienda a Prima Porta per recuperare le chiavi dell’escavatore che verrà usato per scavare la fossa: questo spostamento, a quanto risulta, sarebbe coerente sotto il profilo temporale.
Ora i carabinieri del Nucleo investigativo di Ostia attendono gli esiti dei tabulati telefonici. Saranno decisivi per capire dove si agganci il cellulare di Carlomagno durante quell’ora buca e se, nelle stesse celle, compaiano altri dispositivi. È lì che la Procura continua a cercare risposte, anche per un obiettivo che tutti indicano come prioritario: tutelare il figlio minorenne della coppia, unico sopravvissuto di una tragedia che ha devastato un’intera famiglia.


