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“È gravissimo”. Garlasco, la furia dell’avvocato Lovati: un errore nelle indagini

  • Italia
Chiara Poggi Avvocato Lovati

Nell’ultimo appuntamento stagionale di Zona Bianca, andato in onda mercoledì 3 settembre in prima serata su Rete Quattro, Giuseppe Brindisi ha guidato un dibattito acceso e appassionato che ha toccato diversi temi caldi dell’attualità, dalla situazione internazionale a Gaza fino al caro vacanze e alla polemica sugli autovelox. Ma è stato soprattutto il caso di Garlasco a catalizzare l’attenzione del pubblico e degli ospiti in studio, in una puntata che si è trasformata in un vero e proprio confronto giudiziario e giornalistico.

Il parterre era di quelli importanti: gli avvocati Massimo Lovati, difensore di Andrea Sempio, e Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, Umberto Brindani direttore di Gente, i giornalisti Rita Cavallaro e Stefano Zurlo, Ilaria Cavo, la criminologa Flaminia Bolzan e la magistrata Simonetta Matone. A dare il via alla discussione è stato proprio Brindani che ha ricordato come, dopo la rivelazione di fine luglio sulla contaminazione di Ignoto 3, la procura sia rimasta in silenzio mentre i giornalisti hanno continuato a scavare. “Noi siamo arrivati a contare 60 errori nella vecchia indagine, ma in queste ore sta emergendo altro, e possiamo dire che sono anche 61”, ha spiegato il direttore di Gente.


L’avvocato De Rensis ha ribadito l’importanza delle nuove tecnologie applicate a dati vecchi: “Sono in corso accertamenti, questa indiscrezione ha fondamento, potrebbero esserci dei dati ritenuti troppo grezzi all’epoca, non rilevabili, che oggi con tecnologia lo sono diventati, potremmo essere di fronte a dati nuovi, me lo ha detto un esperto, con tutti i condizionali del caso”. Parole che hanno rilanciato l’attesa per l’udienza del 24 ottobre, quando gli esperti nominati dal giudice saranno ascoltati in aula.

A rendere ancora più infuocato il dibattito è stato l’intervento di Lovati, che ha insistito sull’innocenza di Stasi e sul comportamento scorretto degli inquirenti: “Io ho avuto un incubo, ho sognato che i carabinieri mettevano del dna del mio assistito dentro il Fruttolo”, ha detto. “I sogni son sogni, ma quando hanno chiamato il mio cliente per fargli fare le impronte digitali appena dopo che il gip ha nominato il perito, senza avvertire me, non mi fido più”. Parole forti che hanno spiazzato lo studio.

Non meno clamorose le rivelazioni di Rita Cavallaro sulle fotografie del sopralluogo: “Ci sono state importanti problematiche relative alle foto fatte sul luogo del delitto, perché nella loro numerazione dentro al fascicolo alcuni numeri saltavano, e scopriamo oggi dalle carte che il prof Giarda aveva sollevato la questione, e il pm ha dovuto ammettere che alcune foto il Ris le aveva cancellate, facendo altri sopralluoghi utilizzando la stessa macchina fotografica. Quindi oggi noi non sappiamo quali foto sono state selezionate e quali sono state consegnate per l’inchiesta, e questa è una cosa grave”.

Dura anche la critica della magistrata Matone: “Purtroppo, il principio più violato in Italia dai pm è la ricerca degli elementi favorevoli all’indagato, un atteggiamento mentale diffuso ma grave perché altera il quadro di insieme. Le foto devono essere tutte a disposizione, perché altrimenti la scena del crimine risulta alterata a sfavore degli indagati”. Sulla stessa linea il direttore Brindani che ha parlato di tracce ignorate e di indizi messi insieme in maniera forzata.

Ilaria Cavo ha spostato l’attenzione sul dna ritrovato sul pollice della vittima: “Abbiamo di fronte a noi una scena che non denota una reattività di Chiara nei confronti dell’assassino, ma molto più probabilmente una traccia da trascinamento”. Intanto Zurlo ha espresso rammarico per l’esclusione della cosiddetta traccia 33 dall’incidente probatorio: “Il fatto che non ci siano le foto suscita amarezza, in tutte le indagini nei fascicoli si perde sempre qualcosa”.

A concludere la lunga discussione è stata Simonetta Matone, con una riflessione durissima: “La sentenza Cassazione si conclude con una frase gravissima, e cioè che l’omicidio di Chiara Poggi è un omicidio d’impeto, questo vuol dire che l’assassino, all’improvviso, ha preso qualcosa in casa per uccidere Chiara, ma da casa di Chiara Poggi non manca niente. Questo è un punto interrogativo grosso come una casa”. Secondo la magistrata, il rischio è che i 23 minuti di buco dell’alibi di Stasi abbiano portato a ribaltare il principio di diritto e di etica: “Si fa il contrario di quello che si dovrebbe fare dal punto di vista giuridico e dal punto di vista etico”.

Una chiusura che ha lasciato in sospeso, ancora una volta, più domande che risposte, a conferma che il caso di Garlasco resta uno dei più intricati e controversi della cronaca italiana.


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