L’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Mario Adinolfi continua a far discutere e, mentre il procedimento giudiziario entra in una fase delicata, il fondatore del Popolo della Famiglia rompe il silenzio con una lunga lettera affidata al suo avvocato, Riccardo Di Lorenzo. Si tratta del primo intervento pubblico dopo l’esecuzione della misura cautelare, con cui il giornalista risponde alle accuse e spiega il proprio punto di vista.
Il documento è stato diffuso a tutti i contatti giornalistici del movimento politico e rappresenta una dura replica alle contestazioni mosse nei suoi confronti nell’ambito dell’indagine sulla cosiddetta “scommessa collettiva”, vicenda di cui si sono occupate anche Le Iene. Adinolfi, fin dalle prime righe, ribadisce di ritenersi completamente estraneo ai reati contestati e parla di una situazione che definisce profondamente ingiusta.
“Come usava i soldi”. Indagine Scommessa collettiva, le accuse a Mario Adinolfi

Mario Adinolfi rompe il silenzio dai domiciliari
La lettera si apre con un ringraziamento rivolto a chi gli ha manifestato vicinanza in queste ore difficili, compresi alcuni avversari politici. “Vivo con la serenità che mi giunge dalla fede una vicenda surreale in cui è evidente l’ingiustizia grave patita da me e dalla mia famiglia”, scrive. Poi aggiunge una riflessione di carattere religioso: “Ma Dio quando vuole mostrare la regalità di Davide non gli manda una corona, gli manda Golia”.
Nel suo messaggio il leader del Popolo della Famiglia sostiene di essere pronto ad affrontare “la gigantesca saldatura di alcuni interessi che vogliono vedermi nel fango” e denuncia quella che definisce una diffusione impropria degli atti dell’indagine. Secondo Adinolfi ci sarebbe stata “la violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate fino alla fine delle indagini preliminari”.

Particolarmente duro è il passaggio dedicato alla misura cautelare e alla copertura mediatica della vicenda. “Affronterò l’onta del braccialetto elettronico che a Roma si riserva solo agli autori di crimini violenti e neanche a tutti loro, affronterò i tg che in prima serata mi danno per colpevole non usando i condizionali e dicono che l’associazione Cristo Regna ha raccolto 3 milioni di euro (leggetele almeno bene le carte che vi hanno passato, c’è scritto 3mila euro) seguendo il pattern degli ispiratori di questa inchiesta mediatica”. Nella stessa lettera punta il dito anche contro “la trasmissione Le Iene che ha rovinato con questi metodi migliaia di vite”.
Rivolgendosi indirettamente ai magistrati, Adinolfi ribadisce con forza: “Sono totalmente innocente”. Nello stesso tempo non nega di essere da molti anni un giocatore d’azzardo e conferma di partecipare abitualmente a scommesse collettive, precisando però di non aver “sollecitato mai nessuno”. Sostiene inoltre che molte persone abbiano ottenuto guadagni giocando insieme a lui e riconosce che “sì, c’è qualcuno che ha perso”, ricordando però che “sono scommesse e il codice le definisce ‘obbligazioni naturali non ripetibili’, il gioco funziona così”. Aggiunge infine: “Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri”.

Il giornalista respinge anche tutte le ricostruzioni relative a presunti beni di lusso acquistati con il denaro delle scommesse. “Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che non solo non posseggo ma non sono mai salito in vita mia su uno yacht o su altre imbarcazioni private?”. Prosegue poi: “Che mai e poi mai ho posseduto o acquistato quadri o lingotti di qualsiasi metallo? Che esistono cinquemila fotografie e filmati in altrettanti eventi a cui ho partecipato nell’arco dei decenni ed è visibile a occhio nudo che non ho mai indossato in vita mia né un orologio di lusso né di altro tipo, né mai ne ho acquistati?”.
Nella parte finale della lettera Adinolfi racconta anche gli esiti della perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza, spiegando che gli investigatori sarebbero usciti dalla sua abitazione “con due fogli di carta e un bancomat”. Per questo afferma che non sarebbe stato trovato alcun bene di lusso perché, a suo dire, “vivo da monaco, senza vizi”. A sostegno di questa immagine aggiunge: “Mi vesto con un pantaloncino e una t-shirt, anche a dicembre. Il mio stile di vita a dir poco morigerato è noto a tutti”. Il leader politico si dice infangato in modo “veramente ignobile” e invita i colleghi giornalisti “a porsi dei dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda”.
Infine annuncia che il suo avvocato presenterà ricorso al Tribunale del Riesame, sostenendo che “reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga troppo evidentemente non sussistono”. La conclusione della lettera è affidata ancora una volta alla fede: “Ma alla fine quella che conta per me è la giustizia di Dio e davanti a quella mi presento puro come acqua di fonte. Cristo Regna”.


