La strage di Crans-Montana continua a rivelare, giorno dopo giorno, un quadro sempre più inquietante, che va ben oltre la dinamica dell’incendio di Capodanno. Quaranta morti e 116 feriti non sono solo il risultato di un rogo in un locale affollato, ma il punto di arrivo di un sistema che oggi appare segnato da clientelismo, conflitti di interesse e da una rete di rapporti opachi tra politica e imprenditoria locale. In questo scenario, il nome dei Moretti, gestori del bar “Le Constellation”, torna con forza al centro di interrogativi che riguardano possibili protezioni istituzionali e controlli mancati.
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Crans-Montana, località simbolo del turismo di lusso svizzero, è da anni un crocevia di interessi economici: resort esclusivi, campi da golf, scuole internazionali come la britannica Le Régent International School e una vita notturna raccontata come attrazione per giovani europei, con locali aperti «fino a notte fonda per i clubber scatenati». Un’immagine patinata promossa anche dal sito turistico “Crans Montana Absolutely”, dove però, dopo la tragedia, il nome del “Le Constellation” è improvvisamente scomparso dall’elenco dei bar. Un dettaglio che, letto oggi, sembra il simbolo di un tentativo di rimozione più che di trasparenza.

Crans Montana, l’inchiesta si allarga
È però scavando nei rapporti tra il locale e l’amministrazione comunale che emerge il nodo più delicato. Secondo quanto ammesso dallo stesso sindaco, Nicolas Féraud, il bar teatro della strage non sarebbe stato controllato dagli ispettori comunali per sei anni, nonostante la legge del Canton Vallese imponga almeno un sopralluogo annuale per verificare la conformità delle uscite di sicurezza. Un vuoto di vigilanza che oggi appare difficilmente spiegabile come semplice disattenzione, soprattutto in una realtà piccola come quella di Crans-Montana, dove tutti si conoscono e gli equilibri di potere sono evidenti.

A rendere ancora più grave il quadro sono le parole pronunciate davanti ai magistrati da Jacques Moretti. Il titolare del “Constellation” ha confessato che una delle uscite di emergenza, la notte dell’incendio, era chiusa con un lucchetto. Dietro quella porta, secondo il suo racconto, avrebbe trovato corpi esanimi, tra cui quello di una cameriera di 24 anni, sua “figlioccia”. Altri 34 cadaveri erano invece «accatastati» ai piedi della scala che collegava il piano seminterrato al piano terra, l’unica via di fuga, ristretta durante i lavori di ristrutturazione del 2015 per aumentare lo spazio destinato al pubblico.
Ed è proprio qui che il racconto della strage si trasforma in qualcosa di più ampio. Le modifiche strutturali, i controlli mai effettuati, le autorizzazioni concesse senza verifiche e l’assenza di sanzioni negli anni alimentano il sospetto che i Moretti potessero contare su una sorta di corsia preferenziale. In un “ecosistema” dove, come sostengono diversi osservatori, tutti marciano nella stessa direzione, quella del profitto, la sicurezza sembra essere diventata un dettaglio sacrificabile. Sotto osservazione ci sarebbero nomi eccellenti della politica locale.
La parte più sconvolgente di questa vicenda emerge solo ora, a distanza di giorni dalla tragedia: la strage di Capodanno non appare più come un evento imprevedibile, ma come l’esito di un sistema che avrebbe tollerato, se non favorito, violazioni gravi pur di non disturbare gli equilibri economici e politici locali. È in questa seconda lettura che il disastro di Crans-Montana assume il peso di un caso emblematico, capace di interrogare non solo la giustizia svizzera, ma l’intero modello di gestione di località dove il lusso e il divertimento sembrano aver goduto di una protezione più forte delle regole.


