La nuova puntata di Domenica In si è aperta con un silenzio carico di emozione e con la consapevolezza che raccontare quanto accaduto a Crans-Montana non poteva essere un semplice segmento televisivo. L’incendio scoppiato all’interno di un locale, che ha provocato la morte di 40 ragazzi e ha lasciato 116 feriti, è stato al centro di un lungo approfondimento che ha trasformato lo studio in uno spazio di ascolto e di dolore condiviso, lontano dai toni consueti dell’intrattenimento domenicale.
A guidare questo momento difficile è stata Mara Venier, apparsa visibilmente provata mentre dava voce ai familiari delle vittime e agli ospiti chiamati a riflettere su quanto accaduto. La trasmissione ha scelto un registro sobrio, lasciando emergere il peso delle domande ancora senza risposta e la necessità, ribadita più volte, di fare chiarezza sulle responsabilità di una tragedia che ha segnato per sempre decine di famiglie.

Con il procedere del dibattito, la riflessione si è spostata dal dolore privato alla dimensione pubblica e collettiva della vicenda. In studio si è parlato di sicurezza, di controlli, di omissioni e di un contesto che, secondo alcuni interventi, avrebbe favorito leggerezze inaccettabili. È in questo clima che hanno iniziato a emergere posizioni più nette, capaci di scuotere anche chi stava seguendo da casa.
Tra le voci più dure e controcorrente si è distinta quella dell’avvocata Annamaria Bernardini De Pace, che ha scelto di intervenire con parole senza sconti, mettendo in discussione l’impianto stesso dell’inchiesta. Nel suo intervento a Domenica In, l’avvocatessa ha affermato: “È sbagliato sotto ogni singolo punto di vista indagare per omicidio colposo. Bisognava indagare per strage”. Una presa di posizione che ha immediatamente acceso il confronto in studio.

Bernardini De Pace ha poi spiegato la distinzione giuridica alla base della sua critica, chiarendo che “Colposo è quando uno non pensa, è negligente e non c’è volontà”, mentre “il dolo si ha quando si sceglie di essere leggeri sulle misure d’emergenza”. Parole che hanno spostato il focus dalla fatalità all’ipotesi di scelte consapevoli, rendendo ancora più pesante il bilancio morale della tragedia.
Il suo intervento si è fatto ancora più duro quando ha allargato lo sguardo al contesto locale, sottolineando dinamiche che, a suo dire, non possono essere ignorate. “Il paesino è piccolo, ci sono parentele… possono valere queste vite spezzate il denaro di quei due criminali?”, ha detto, sollevando interrogativi scomodi sul rapporto tra potere, interessi economici e tutela delle persone.


Da qui, l’affondo finale e l’appello a un’azione legale che vada oltre i confini del singolo procedimento penale. Secondo l’avvocatessa, “I legali delle vittime e dei ragazzi ancora ricoverati dovrebbero chiedere 50 miliardi alla Confederazione Elvetica perché la Svizzera deve ritrovare il suo onore, vergognosamente disintegrato in questo incendio, in questa strage”. Una richiesta che ha chiuso il segmento lasciando nello studio un silenzio denso, lo stesso che accompagna le tragedie quando il racconto si trasforma in una domanda di giustizia ancora tutta da soddisfare.


