Nel momento in cui tutti si preparano a chiudere l’anno con sorrisi e brindisi, per qualcuno le ultime ore di dicembre possono trasformarsi in un ricordo che farà male per sempre. È quello che sta vivendo in questi giorni Lino Guanciale, amatissimo volto della tv italiana, travolto da un lutto che tocca nel profondo lui e la sua comunità d’origine.
Una notizia arrivata in punta di piedi dalle cronache locali abruzzesi, raccolta subito dalla popolazione marsicana, dove il cognome Guanciale è di casa. In poche ore il passaparola è diventato un abbraccio collettivo, tra messaggi, ricordi e parole di gratitudine per un uomo che, prima ancora che legato alla fama del figlio, era conosciuto e stimato per quello che faceva ogni giorno.
È morto a 78 anni Clelio Guanciale, padre dell’attore Lino Guanciale e medico molto amato nella sua terra. Un professionista che in molti descrivono come un medico di altri tempi: sempre presente, reperibile, pronto a fermarsi a parlare anche fuori dallo studio, perché per lui prima dei referti c’erano sempre le persone.
La sua vita professionale ha lasciato un segno soprattutto in due città, Avezzano e Collelongo. Qui il dottor Guanciale non era solo il “medico”, ma un vero punto di riferimento. Ad Avezzano in tanti ricordano anche la sua grande passione giovanile per il calcio, praticato a buoni livelli: il classico medico che, tra una visita e l’altra, sapeva commentare con competenza l’ultima partita.
La storia di Clelio si intreccia in modo fortissimo con quella del figlio più famoso. Non tutti sanno che Lino, prima di diventare attore, aveva superato il test di medicina. Sembrava destinato a seguire le orme del padre, in un percorso quasi già scritto: lo stesso camice, la stessa professione, lo stesso rispetto sociale.
Poi, però, qualcosa è cambiato. Lino ha scelto una strada completamente diversa, inseguendo la passione per le parole e per il palcoscenico. Si è iscritto a Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma e, successivamente, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, il tempio della recitazione italiana. Una decisione che, come l’attore ha raccontato più volte in diverse interviste, non fu affatto semplice da comunicare in famiglia.
Fondamentale fu il confronto proprio con il padre. Dopo una lunga discussione, in cui hanno messo sul tavolo paure, dubbi e speranze, Clelio pronunciò una frase che Lino non ha mai dimenticato e che oggi risuona ancora più forte: «Dimmi come posso aiutarti». Da quel momento, il medico che sognava forse di vedere il figlio con il camice addosso si è trasformato nel primo tifoso della sua carriera artistica.
Amici e colleghi ricordano come fosse spesso presente in sala, tra il pubblico, a ogni spettacolo, orgoglioso di quel figlio che aveva avuto il coraggio di rischiare tutto per la propria vocazione. Clelio lascia anche un altro figlio, Giorgio, che ha scelto a sua volta una professione di aiuto come psicoterapeuta, segno di una famiglia da sempre attenta agli altri.
L’ultimo saluto a Clelio Guanciale è stato fissato proprio nel luogo dove tutto è iniziato per la famiglia. I funerali si terranno il 31 dicembre, alle 14.30, nella Chiesa di San Rocco a Collelongo, il piccolo paese d’origine dei Guanciale, incastonato nel cuore dell’Abruzzo.
Un addio che arriva nel giorno in cui si tirano le somme di un anno intero e si fanno bilanci, rendendo il distacco ancora più doloroso. Per Lino Guanciale si chiude così un anno segnato dal dolore, condiviso idealmente con una comunità che perde non solo un medico stimato, ma un uomo di fiducia, una figura che per tanti era quasi di famiglia.
A Collelongo e ad Avezzano, nelle prossime ore, sarà il tempo dei ricordi: le visite in studio, una parola di conforto nel corridoio dell’ospedale, una stretta di mano, un consiglio, un sorriso rassicurante. E, accanto a tutto questo, la discreta presenza di un padre che ha saputo restare dietro le quinte, lasciando che sul palco ci salisse il figlio, ma senza smettere mai di sostenerlo.
In queste ore di lutto, il pensiero corre inevitabilmente anche a quel «Dimmi come posso aiutarti» che oggi suona come l’essenza di un certo modo di essere genitore: non imporre, ma accompagnare. Ed è forse questo il ricordo più forte che resterà, oltre i titoli, oltre la fama, oltre il tempo.


