Ci sono giocatori che non finiscono nelle copertine, ma restano addosso alla gente. Volti familiari, presenze silenziose che raccontano un calcio diverso: meno riflettori e più spogliatoio, più appartenenza che slogan. E quando se ne vanno, sembra mancare un pezzo di memoria collettiva.
Nelle ultime ore, tra messaggi di affetto e ricordi condivisi, Napoli ha stretto idealmente un abbraccio a uno dei suoi uomini simbolo. Un nome che riporta subito agli anni Settanta e Ottanta, alle domeniche al San Paolo, a quell’atmosfera piena di fumo, bandiere e speranze.
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Grave lutto nel calcio italiano, addio a una vera leggenda
È morto a 72 anni Pasquale Fiore, storico portiere del Napoli tra gli anni Settanta e Ottanta. Per tanto tempo è stato il vice di Luciano Castellini, il celebre “giaguaro”, in un periodo in cui il secondo portiere non era una comparsa: era una figura chiave, un riferimento interno, uno di quelli che tengono insieme il gruppo.
La notizia ha colpito profondamente l’ambiente partenopeo e il mondo del calcio italiano. Fiore era uno di quei protagonisti “discreti” che, proprio per questo, diventano simbolici: non cercava il centro della scena, ma era sempre lì, pronto, riconoscibile, affidabile.
Cresciuto nel vivaio della SSC Napoli, per tanti tifosi Fiore era l’immagine della fedeltà alla maglia e allo spogliatoio. Il suo volto, segnato dal famoso baffo, è rimasto impresso come una presenza familiare sugli spalti, anche quando il campo lo vedeva meno protagonista.

In un calcio lontano anni luce da quello di oggi, il “vice” non era solo un ruolo: era una garanzia. Un uomo che si allena, aspetta, sostiene, e quando serve si fa trovare pronto senza fare rumore. E Fiore, raccontano in molti, era esattamente così.
La sua carriera parte proprio dal settore giovanile del Napoli, dove si fa notare come uno dei portieri più promettenti. Nel 1975 è tra i protagonisti della squadra che conquista il Torneo di Viareggio, un traguardo rimasto storico per il club azzurro.
Poi arriva anche l’esordio in Serie A. E, quasi come in un film che i tifosi ricordano con nostalgia, quella stagione resta legata a un momento speciale: la Coppa Italia del 1976, una delle pagine più amate di quegli anni.
Tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta Fiore rimane stabilmente nella rosa del Napoli, diventando lo “storico” secondo di Castellini. Le presenze ufficiali non sono molte, ma nel gruppo la sua figura pesa eccome: dedizione, professionalità, equilibrio.
Nel corso degli anni veste anche altre maglie del calcio italiano: Acireale, Paganese, Avellino, Como e Udinese. Ovunque porta la stessa reputazione: portiere affidabile, uomo di spogliatoio, uno di quelli che non tradiscono mai la fiducia.
La carriera si chiude nella seconda metà degli anni Ottanta, quando un grave infortunio lo costringe a smettere. Un epilogo duro per chi vive di campo, guanti, allenamenti e rituali da partita.
Dopo il ritiro, però, Fiore non si allontana davvero dal suo mondo. Continua a lavorare come allenatore e preparatore dei portieri in diverse realtà, soprattutto nel settore giovanile. Un modo concreto per restituire qualcosa: esperienza, passione, disciplina.
Intanto, la notizia della sua scomparsa ha acceso un’ondata di commozione tra i tifosi del Napoli. Il club ha espresso cordoglio ricordando il legame con la società, e sui social in tanti hanno rievocato quell’epoca: un Napoli fatto di volti riconoscibili, sacrificio e appartenenza.
Con Pasquale Fiore se ne va un pezzo di quel Napoli degli anni Settanta e Ottanta. Un calcio di altri tempi, forse più ruvido, ma capace di lasciare segni profondi nella memoria di chi c’era. E di chi, anche oggi, sente che certe figure non dovrebbero mai scomparire davvero.


