A distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nella villetta di via Pascoli a Garlasco, il caso che sembrava ormai chiuso dopo cinque gradi di giudizio contro Alberto Stasi continua a far discutere. Le nuove indagini riaccendono interrogativi e polemiche, ma non tutti condividono la direzione presa dagli inquirenti. Tra le voci più critiche, quella della criminologa Roberta Bruzzone, che in un’intervista rilasciata a La Nazione ha espresso forti perplessità su quanto sta emergendo in queste settimane.
Bruzzone parte da un punto chiaro: per lei è difficile “togliere Alberto Stasi dalla scena del crimine”. A suo dire, ogni elemento raccolto durante i procedimenti giudiziari confermerebbe una “coerenza nella verità storica”, soprattutto se si considera il contesto emotivo e relazionale in cui si sarebbe consumato l’omicidio, in particolare dopo che Chiara avrebbe scoperto nel computer del fidanzato “materiali pornografici così estremi e compulsivi”. Una scoperta che, secondo la criminologa, potrebbe aver provocato uno shock tale da modificare i piani della giornata e innescare reazioni imprevedibili.
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Roberta Bruzzone su Alberto Stasi: “Difficile toglierlo dalla scena del delitto”
La nuova inchiesta, al contrario, sembra seguire una logica opposta: invece di concentrarsi, si sta dilatando. Bruzzone lo definisce “un esercizio acrobatico” il tentativo di “moltiplicare i protagonisti” del caso, inserendo nuovi nomi e nuove piste, mentre le indagini si arricchiscono di intercettazioni, test del Dna e oggetti ritrovati in contesti del tutto separati. “L’ipotesi indagativa invece di restringersi continua ad allargarsi, mostrando debolezza”, afferma, mettendo in dubbio anche il valore delle nuove prove scientifiche, definite “reperti confusi”.

Una particolare critica riguarda l’ipotetica arma del delitto, una delle tante trovate durante recenti operazioni di dragaggio. “Mi sembra un’altra ipotesi fragile”, sottolinea Bruzzone, secondo la quale è improbabile che a distanza di quasi vent’anni emergano strumenti davvero determinanti. E sulle intercettazioni ancora secretate, la criminologa è netta: “Dovrebbe uscire qualcosa di epocale per cambiare le cose”.

Ma la vera questione, secondo lei, è un’altra: perché riaprire tutto, proprio adesso? La risposta che offre è a dir poco allarmante. “È questa la domanda. Inquietante”, commenta Bruzzone, suggerendo che ci sia una strategia deliberata per “creare panico e vedere se qualcuno inciampa”, una “specie di strategia del terrore” che rischia di trasformare un’indagine penale in una caccia al colpevole a tutti i costi. E se la competenza dei magistrati coinvolti può tranquillizzare sul piano formale, l’impressione generale rimane quella di un’inchiesta “sempre più affollata, priva di direzione”.


