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“L’abbiamo ucciso”. Guerra in Iran, l’annuncio dell’Idf dopo l’attacco a Teheran

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Ci sono notti in cui una capitale non dorme. Voci che rimbalzano, telefoni che squillano a vuoto, corridoi che si svuotano all’improvviso. A Teheran, nelle ultime ore, l’aria è diventata più pesante: perché quando il bersaglio è vicino al centro del potere, non è solo cronaca. È un messaggio.

E il messaggio, secondo quanto riferito da media israeliani e rilanciato in queste ore, sarebbe arrivato in modo brutale e “chirurgico”. Le Forze di difesa israeliane avrebbero annunciato l’eliminazione di una figura considerata tra le più influenti dell’apparato iraniano. Un nome che, per anni, sarebbe rimasto nell’ombra ma con in mano leve enormi.


La notizia è stata riportata inizialmente da Channel 12 e sta facendo il giro delle redazioni internazionali: nel mirino sarebbe finito Ali Asghar Hijazi, indicato come uno degli uomini più potenti del sistema. Il punto che rende tutto ancora più delicato è il luogo: nel cuore di Teheran, cioè dove l’idea stessa di sicurezza del regime dovrebbe essere intoccabile.

Se confermato nei dettagli, il quadro che emerge è quello di un attacco ad altissimo impatto simbolico oltre che operativo. Non un’azione “di confine”, non uno scontro indiretto. Ma un colpo che entrerebbe dritto nella stanza dei bottoni, con conseguenze difficili da prevedere.

L’uomo dietro le quinte: chi era Ali Asghar Hijazi

Hijazi, secondo le ricostruzioni circolate finora, non sarebbe stato un semplice funzionario. Avrebbe ricoperto l’incarico di capo ad interim dell’ufficio della Guida Suprema, una posizione che lo avrebbe collocato in cima alla catena di comando politico-religiosa del Paese.

Da anni veniva descritto come il braccio destro di Ali Khamenei, l’uomo che “vede e sa” prima degli altri, il nodo di collegamento tra la Guida Suprema e le Guardie della Rivoluzione. Non solo burocrazia: il suo peso, raccontano, avrebbe toccato dossier di sicurezza nazionale e dinamiche di intelligence.

Il vuoto di potere e la partita della successione

È qui che la storia, già esplosiva, si fa ancora più delicata. Perché la figura di Hijazi, stando alle ricostruzioni, veniva indicata come una delle più citate quando si parlava di equilibri interni e di possibili scenari futuri ai vertici.

In un momento in cui l’Iran è attraversato da tensioni interne e pressioni esterne, perdere un uomo così vicino al centro decisionale significherebbe creare un vuoto difficile da colmare in tempi rapidi. E quando si aprono spazi ai piani alti, la lotta tra correnti può diventare feroce.

Il segnale di Israele e la paura dell’escalation

Al di là del nome e del ruolo, l’aspetto che sta facendo discutere è un altro: la capacità di arrivare, se davvero è andata così, dentro un territorio considerato “blindato”. Un’azione del genere riscriverebbe la percezione della deterrenza tra i due Paesi, spostando ancora più avanti l’asticella dello scontro.

Ed è proprio questo che tiene il mondo con il fiato sospeso: la reazione di Teheran. Perché, in questi casi, la pressione a rispondere è altissima, ma ogni risposta rischia di innescare una catena incontrollabile. La comunità internazionale osserva, preoccupata, il rischio che l’episodio diventi la scintilla di qualcosa di più grande.

Dall’Iran al Medio Oriente: le onde lunghe di un colpo al vertice

Le conseguenze potrebbero non restare confinate entro i confini iraniani. Le dinamiche con gli alleati regionali di Teheran, tra Libano, Siria e Yemen, potrebbero risentirne, anche solo per un temporaneo riassetto di uomini e strategie.

Intanto, sul fronte interno, è facile immaginare un irrigidimento ulteriore: più controlli, più sospetti, più stretta sulla sicurezza delle alte cariche. Quando cade un “uomo ombra”, spesso la prima reazione è cercare altri fantasmi. E la sensazione è che questa storia, qualunque sia il prossimo capitolo, sia destinata a far parlare ancora a lungo.


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