Silvia Romano, l’ipotesi choc degli inquirenti: “È stata tradita da loro”


Perché proprio Silvia Romano? Perché non è stata difesa dagli uomini incaricati di proteggerla? Sono queste le domande che gli inquirenti si stanno facendo queste ore. Perquisizioni in corso, da questa mattina, da parte dei carabinieri del Ros nella sede della onlus Africa Milele, a Fano, nell’inchiesta della procura di Roma, a carico di ignoti, sul sequestro di Silvia Romano. Da quanto si apprende è stata acquisita documentazione relativa alle attività della onlus e materiale informatico: i carabinieri avrebbero copiato alcuni hard disk e il contenuto dei telefoni.

Si tratta di un controllo anche per verificare le condizioni di sicurezza in cui si trovava la giovane cooperante al momento del rapimento. Gli inquirenti vogliono fare luce sulla condotta dei due masai che dovevano garantire la sicurezza a Silvia Romano nel poverissimo villaggio keniota di Chakama, ad ottanta chilometri da Malindi, nella contea di Kilifi. Più che valutare la professionalità dei due kenioti gli investigatori vogliono verificarne la fedeltà. La questione dei protocolli di sicurezza che l’organizzazione doveva garantire alla Romano, che rimane oggetto di indagine da parte degli inquirenti, è in questo momento secondaria. (Continua a leggere dopo la foto)






Ad ogni modo la priorità del Ros è adesso capire quelli che sono stati i movimenti dei due masai nel villaggio. La stessa Romano ha rappresentato al procuratore capo di Roma Michele Prestipino un quadro abbastanza anomalo, che spinge i carabinieri a indagare più a fondo. (Continua a leggere dopo la foto)






“Qualche giorno prima della mia cattura – ha spiegato la giovane – due uomini vennero a cercarmi nel villaggio. Io lo seppi dopo ma il masai che doveva essere con noi non fece nulla su questo episodio”. Inoltre al momento del blitz i due masai, muniti di machete, non erano presenti. Uno era al fiume e l’altro in giro per il villaggio. Insomma un teatro completamente sgombro che ha permesso ai rapitori di muoversi in totale libertà. (Continua a leggere dopo la foto)



 


D’altro canto l’ipotesi che la volontaria fosse stata venduta da qualcuno era un’opzione che per prima avevano fatto gli stessi poliziotti kenyoti. C’è da dire che non esiste un vero e proprio obbligo giuridico che impone ad un’associazione di dover assicurare o preparare, con un corso di formazione, le persone che vengono inviate in questi teatri.

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