“Credevo di aver visto la luce ma erano solo tenebre”. La storia di Laura, mamma italiana convertita all’Islam. Prima sposa dell’Isis poi la fuga dal califfato: “Cosa succede in quell’inferno”


 

Laura Passoni ha 30 anni. È nata in Belgio da genitori italiani, fuggiti al nord a cercar fortuna insieme a tanti come loro. La sua vita è stata diversa, in discesa. Tutto e ancora di più. Una casa, un lavoro e poi l’amore. A farle perdere la testa lui, Oussama Rayan, un tunisino che alla bellezza fisica, univa quella delle parole. Un amore che le è però costato caro: la giustizia belga infatti le ha tolto per tre mesi i figli, affidandoli ai nonni, e l’ha condannata a cinque anni con la condizionale (oltre a 15 mila euro di multa), proibendole anche l’uso dei social network e intercettando ogni sua comunicazione. Il motivo? Lui l’aveva convinta a convertirsi all’Islam e a sposare la causa dell’Isis…

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 «Lui mi ha messo in testa tutte quelle cose sull’Isis, ma la loro propaganda è fortissima e ci sono cascata. Mi sono radicalizzata, vedevo il Califfato come l’unico posto giusto per i veri musulmani» – racconta la donna a Repubblica – «Non sono stata costretta, sono stata convinta. Andammo in crociera a Smirne, in Turchia, e da lì raggiungemmo il confine con la Siria. L’Isis non ci ha fornito documenti, ma avevamo trovato un appartamento. Non c’erano tasse da pagare, la sanità era gratuita e usano cure mai viste in Europa. La vita però era molto cara, e i soldi erano pochi». Laura, nel palazzo di Al Bab, non lavorava: «Mi era vietata qualsiasi cosa, dovevo solo occuparmi della casa e dei figli. Non potevo uscire di casa o andare su Internet senza la presenza di un uomo, mi sono sentita subito prigioniera. Non mi sono mai state fatte violenze, ma obbedivo nel terrore che potessero prendere mio figlio. Era tutto l’opposto di quello che prometteva la propaganda del Califfato, e a un certo punto realizzai che non volevo che mio figlio diventasse un terrorista». In quel momento, Laura capisce di aver commesso un grave errore. Comunica con i genitori di nascosto, prepara il piano per il ritorno (pare attraverso dei jihadisti turchi) e alla fine riesce a rientrare in Belgio dove è di nuovo una donna libera.

Adesso, passata la paura, partecipa agli incontri di associazioni di familiari di foreign fighter per evitare che altri si trovino nella sua condizione. L’ultima riunione si è svolta nel quartiere-simbolo di Molenbeek: «Se avete intenzione di partire, non fatelo. Vi illudono che vivere sotto l’Isis sia perfetto, ma non è così, e una volta lì è quasi impossibile tornare indietro. Io sono stata molto fortunata, ma ho comunque rovinato la mia vita. Prima di prendere decisioni, parlatene sempre con qualcuno e non fatevi fare il lavaggio del cervello. Evitate di fare l’errore che ho fatto io».

 

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