I Dervisci a Viterbo: in uno spettacolo emozionante di musica e colori, l’abbraccio tra due paesi (da sempre) amici


 

L’Egitto, Paese fratello dell’Italia da ventuno secoli, ha inviato domenica 25 giugno un’ambasceria a Viterbo, perché solo così si può chiamare un gruppo di artisti che ha fatto rivivere, dinanzi al Palazzo dei Papi, la magia di una danza antica di millenni, carica di significato. I boati che hanno salutato l’esibizione dei “miei Dervisci” hanno dimostrato che, malgrado quindici mesi di martellamento mediatico, la gente non crede che l’Egitto sia divenuto un covo di malfattori, un Paese canaglia da cui stare alla larga. Purtroppo, l’italiano medio è assai spesso credulone, e la nostra generosa indole umanitaria ci spinge a giudicare i fatti senza adeguatamente controllarli. Il difetto degli italiani è quindi assai spesso la disinformazione… Per cui allorché nel 37 a.C. Marco Antonio annunciò la creazione di una federazione di monarchie romano-orientali, a capo di cui avrebbe installato Cesarione, figlio di Cesare e Cleopatra, ed i tre figli da lui avuti con la stessa: Tolomeo, Alessandro e Selene… Ottaviano Augusto ebbe allora gioco facile nell’accusarlo di tentare una scissione da Roma, e gli mosse guerra… (continua dopo la foto)







Tutti sappiamo come andò a finire, ma nessuno volle allora controllare la verità, onde stabilire se davvero Marco Antonio voleva una separazione, e non una federazione di quei popoli sotto il segno di Roma. Unico a capirlo fu Giuba, re di Mauritania (l’attuale Marocco), che non si fece coinvolgere in quella campagna diffamatoria e impalmò Selene, con la quale visse quarant’anni di regno felice, sotto l’aquila protettrice di Roma, di cui lo stesso Augusto lo proclamò “amicus et socius”… I Cinesi hanno la lodevole abitudine di ricercare fatti veri accaduti migliaia di anni fa per stabilire paragoni e giudizi. Se noi seguissimo quel lodevole esempio scopriremmo che Marco Antonio non era affatto un traditore, ma sognava solo di creare una simbiosi tra Oriente e Occidente. E pagò con la vita quel sogno, suicidandosi insieme a Cleopatra. (continua dopo le foto)





Oggi in Italia qualcuno vorrebbe che l’illuminato Presidente che ha portato l’Egitto fuori dal fango e dal sangue dei “Fratelli Musulmani” fosse rovesciato: da chi, e perché? Un aureo proverbio romano chiedeva di ogni fatto: “cui prodest?” A chi conviene? Perdonatemi, amici lettori, che io ponga qui la stessa domanda a chi inneggia alla rottura delle relazioni con l’Egitto: a vantaggio di chi? E perché? È davvero triste che in un Paese intelligente come il nostro si sia montata una campagna diffamatoria che dipinge il governo egiziano con infami accuse, al solo scopo di destabilizzarlo… cui prodest? (continua dopo la foto)

Ben fa l’Eni a non prestare ascolto a tante calunnie, e proseguire l’apertura del più ricco giacimento di metano al mondo, che permetterà all’Egitto di diventare Paese esportatore di gas liquido, così frustrando gli interessi di Chi vorrebbe ricacciarlo nella povertà. Ben fa il Fondo Monetario Internazionale a stanziare un credito di quattordici miliardi di dollari per sostenere l’Egitto in questa sua drammatica battaglia, per divenire uno Stato Associato dell’Unione Europea, come la sua intera storia sta a provare: il sogno di Marco Antonio sta per avverarsi! Millecinquecento viterbesi che in quella serata si sono spellati le mani ad applaudire l’esibizione di quegli artisti, che un mio accordo con il “Ministero della Cultura” del Cairo ha consentito di offrire – insieme alle trentamila persone che l’hanno seguito attraverso i social network – hanno dato una dimostrazione di sereno giudizio di una realtà che non teme smentite.

 


L’Egitto è vicino: ancora una volta Cleopatra viene a Roma ad offrire un patto di coesione e collaborazione che travalica il mare, che ci unisce e non ci divide. Concedete, amici lettori, al pronipote di Empedocle, che nel fondare l’Ospedale Italiano al Cairo me ne ha affidato l’eredità… di continuare la Missione che i giornali di Viterbo hanno definito “di cultura e di pace”, e della quale i “miei Dervisci” sono stati gli Ambasciatori. 

Eugenio Benedetti

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