Il segreto di Andreas, ecco perché ha deciso di far cadere l’aereo proprio lì…


 

Questa non è una testimonianza che arriva da una Germania affannata a farsi domande scavando nel passato del copilota accusato di essersi ucciso portando con sé la vita di altre 149 persone. Dall’articolo del Corriere della Sera si rende nota la versione di Francis Kefer, uno dei soci anziani del velodromo di Sisteron (una struttura appena fuori da questo paese medioevale), che  racconta: “A quel tempo il vero esperto non era Andreas, era suo padre, portava gli alianti e gli ha trasmesso la passione. È anche normale, ogni adolescente cerca di imitare la figura paterna, di compiacerlo imitandolo, condividendo i suoi interessi”. E continua “Sono venuti qui per sei anni di fila, ogni estate, con il loro camper.

(continua dopo la foto)



Eravamo gemellati con il club di volo di Montabaur. Arrivavano d’estate con il camper, loro e una decina di famiglie tedesche. Lui era un adolescente, un ragazzo educato, per quel che posso ricordare”. Come molti abitanti della valle, Kefer ha una seconda casa proprio qui a Le Vernet, un piccolo chalet che ha messo a disposizione dei familiari delle vittime. Dal 1997 al 2010, tredici anni sulle montagne dove ha trovato e dato la morte a se stesso e ai passeggeri dell’Airbus di Germanwings. “Quella parete è una delle nostre rotte” conferma Kefer, perché in realtà si tratta del punto più basso del massiccio dei Tre vescovati. Chissà quante volte il futuro copilota Lubitz l’avrà sorvolata. “Era ossessionato dalle Alpi” ha raccontato Dieter Wagner, un socio del club di Montabaur. Se è vero che ogni uomo uccide le cose che ama, quella parete di roccia al termine del prato di Le Vernet significava molto per un uomo che forse sapeva di non poter più volare. Tutto era cominciato qui, tutto è finito qui. È già stato scritto che a volte la realtà supera ogni possibile fantasia. 

Ti potrebbe anche interessare:  Scavare a mani nude tra i resti dell’aereo caduto: la forza dei soccorritori