Isis, la jihad è devastante: alcol e depressione. E incubi per quella gente arsa viva


Ti metti al servizio della jihad del terrore e non ne esci più anche se abbandoni la lotta. Quando si pentono, o più semplicemente vanno in esaurimento e non ce la fanno più, per i reduci della “guerra santa” inizia un’esistenza impossibile, una vita fatta di incubi, alcol e depressione. “Ho visto bruciare vivi 128 uomini. Musulmani come me. Non ho capito perché dovessero morire. Li sogno tutte le notti. E l’unico modo per non pensarci è bere”. Questa confessione – ripresa dal Corriere della Sera oggi in edicola – è di Abu Hamza Ettounsi, reduce tunisino dell’Isis. Un reduce alcolizzato, la cui famiglia ora vive nell’incubo di vendette, poiché i suoi “amici” salafiti, alla partenza, pensavano che sarebbe diventato un martire e un eroe. Dopo una breve apparizione in tv, a volto coperto, in cui raccontava gli orrori del califfato, Abu Hamza è tornato nell’ombra: la polizia gli ha proibito di fare altre interviste perché i soggetti come lui vengono considerati “una minaccia”.

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Non è certo facile stabilire quanti siano i reduci della jihad. Il governo tunisino, per esempio, ne ha contati circa 570: la maggior parte si troverebbe sui confini, qualcuno in prigione o nascosto tra Biserta e Kairouan. Un problema per la Tunisia che è considerato il principale esportatore di jihadisti al mondo, ma anche, tra gli altri, per Marocco e Algeria. Di sicuro, però, i pentiti della jihad sono in tanti, e la loro gestione sta diventando un problema sia per i paesi coinvolti che per l’Occidente. “All’inizio, l’Isis mi ha fatto stare nelle sue guest house con internet, la tv, tutti i comfort”, ha spiegato ai giudici Mohamed Saadouni, marocchino. “Poi ho capito che non ero lì per combattere Assad: il mio nemico era l’Esercito di liberazione siriano. Avevo lasciato soli i miei figli per uccidere altri arabi! L’errore più grande della mia vita”. E per gestire la piaga dei reduci in preda all’alcol e alla depressione, il governo tunisino sta valutando l’ipotesi di aprire dei centri di riabilitazione per jihadisti perché si pensa che anche il fanatismo religioso, al pari dell’alcol e della droga, è una forma di dipendenza da cui bisogna disintossicarsi.

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