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Le 10 cose da incubo che vi capitano quando avete a che fare con la burocrazia

Un quarto di secolo pieno di leggi a favore del cittadino, cioè della “signora Maria” che fa la spesa al mercato o la fila alle poste: ma lei non se n’è accorta. Da Bassanini a Cassese, da Frattini a Brunetta, sono stati diversi i ministri che hanno emanato norme contenenti il principio che la pubblica amministrazione esiste per dare servizi efficienti al cittadino, e non viceversa. Fino alla recentissima riforma che porta la firma del ministro in carica Marianna Madia, la direzione di marcia è stata univoca. Ma non molto in concreto è cambiato, perché le burocrazie pubbliche hanno sempre opposto resistenza ad accettare la “cultura del servizio”, che comporta anche il farsi giudicare dall’utente e cambiare strada se questo giudizio non è positivo. E’ il tema-chiave del libro Lo Stato aperto al pubblico, edito dal Sole 24 Ore e appena uscito in libreria e su web. Questo volume, scritto da due giornalisti, professionisti della comunicazione pubblica – Marco Barbieri e Sergio Talamo – si rivolge a tutti i cittadini che hanno a cuore uno Stato efficiente e amico, e in particolare a chi opera nella pubblica amministrazione con il dovere di costruire quella “casa di vetro” che non dovrebbe tanto prevedere che tutto – anche e soprattutto l’inutile – sia on line, ma dovrebbe pretendere che il cittadino in essa possa trovare facilmente tutto ciò che gli occorre. Si chiedono Barbieri e Talamo: “Perché lo Stato italiano non ‘si giudica’ mai? Perché non interroga i destinatari dei suoi provvedimenti per conoscerne il reale impatto? Perché è così restio a dotarsi di indicatori che forniscano elementi oggettivi sull’esito delle riforme, in modo anche da favorirne delle correzioni se non un complessivo riorientamento? La Trasparenza non è un surplus di dati o di burocrazia, ma l’occasione straordinaria per riannodare il legame di fiducia e di partecipazione dei cittadini. Altrimenti la riforma della pubblica amministrazione sarà solo un’altra promessa mancata”.  E, nella prefazione al volume, Michele Ainis, costituzionalista e “firma” del Corriere della Sera, osserva: “Chi scrive sulla trasparenza ha l’obbligo d’usare un linguaggio trasparente. Specialmente quando il focus s’accende sullo Stato, o meglio sulle comunicazioni trasmesse dallo Stato ai cittadini, per lo più in burocratese, ‘l’antilingua’ descritta (e derisa) da Calvino. Lo Stato aperto al pubblico coglie l’obiettivo”.

(continua dopo la foto)

 


Le 10 cose che capitano quando il malcapitato cittadino sfida la burocrazia

1.     “il dottore è fuori stanza” (voce impassibile e segretariale)

2.     “mi dispiace ma non è di mia competenza” (voce gelida che tende a colpevolizzare il chiamante)

3.     “scusi … la metto in attesa” (voce piuttosto beffarda)

4.     “il sistema oggi non risponde, abbiamo già informato la Telecom” (voce con pizzico di sadismo)

5.     “il link del sito è rotto, lo so, abbiamo già informato i nostri tecnici” (voce con pizzico di rimprovero per aver riferito una cosa già nota)

6.     “no, non le so dire nulla, deve aver parlato con una mia collega” (voce di sopportazione per dover sorbirsi il caso dall’inizio)

7.     “mi mandi una richiesta via mail o meglio un fax” (voce che sottintende “così la chiudiamo qui”)

8.     tu tuuuu … tu tuuuu … tu tuuuu … (imprecazione sommessa del chiamante)

9.     tu tuuuu… tu tuuuu… “gli uffici sono aperti dal lunedi al venerdì dalle ore …” (il chiamante guarda l’orologio, poi impreca sommessamente come sopra)

10.  se vuole informazioni su .. prema 1 … – dopo 10 minuti e 7 passaggi: se vuole parlare con un operatore prema 9 … click, cade la linea (imprecazione ad alta voce ed assolutamente irriferibile del chiamante).


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