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La morte di Vincent Van Gogh, un mistero ancora da risolvere

Per molti decenni, il suicidio è stato il capitolo finale della leggenda di Vincent van Gogh. Il  famoso biografo Irving Stone nel suo romanzo Lust for Live ne immaginò i momenti salienti: il pittore è intento a lavorare su quella che si considera comunemente la sua ultima opera Campo di grano con volo di corvi,  in aperta campagna, con i corvi che gli danno il tormento, all’improvviso Van Gogh si alza e, dopo aver scritto un biglietto “Io sono disperato. Non vedo via d’uscita”, estrae una pistola dalla tasca e si spara sull’addome. Il romanzo di Stone, a sua volta sarà la fonte principale di ispirazione per il film omonimo del 1956 del regista Vincente Minelli, con il carismatico Kirk Douglas nel ruolo principale. 

 


Ma i fatti potrebbero essere andati diversamente. Secondo la biografia Van Gogh: The Life, pubblicata nel  2011 dagli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith  non si sarebbe trattato di suicidio ma di un incidente. Mentre stava dipingendo in un campo sarebbe partito un colpo da due ragazzi che si divertivano a tormentarlo giocando con una pistola. Il pittore era talmente malato, depresso e desideroso di morire che decise di non raccontare la verità durante la lunga agonia durata 29 ore,  per evitare dei guai ai ragazzi allora sedicenni e lasciò credere di aver tentato il suicidio.
“Nel 2001, quando abbiamo visitato per la prima volta gli archivi della Fondazione Van Gogh, non avevamo idea della sorpresa che ci aspettava alla fine di dieci lunghi anni di lavoro per scrivere la biografia di Van Gogh. Ci avevano avvertito che avremmo avuto un’accoglienza fredda: Van Gogh è un eroe nazionale e noi avevamo alle spalle forti critiche a causa della biografia su Pollock. Per cominciare, Premio Pulitzer o no, non parlavano una parola di olandese e abbiamo passato settimane a copiare documenti che avremmo poi dovuto tradurre” .

 


Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890

 

Nelle lettere dell’artista non c’è nessun messaggio che possa far presagire il suicidio. Il biglietto trovato nei suoi vestiti era una bozza della sua ultima lettera al fratello Theo, scritta il giorno della sparatoria, il 27 luglio 1890. Le sue parole sono ottimiste e inoltre aveva fatto un grosso ordine di colori pochi giorni prima. Nessuna delle testimonianze, scritte nei giorni immediatamente successivi alla sparatoria, parla di suicidio. Stranamente, gli abitanti di Auvers, la cittadina dove rimase nei suoi ultimi mesi di vita, hanno mantenuto un rigoroso silenzio sull’incidente. In un primo momento nessuno ha ammesso di aver visto Van Gogh durante la sua ultima, fatidica uscita, nonostante l’affollamento estivo per le strade. Nessuno sapeva come si era procurato la pistola e che fine aveva fatto quest’ultima dopo l’incidente.

 

“Inoltre – scrivono gli autori – questi due ragazzi erano noti per andare a bere a quell’ora assieme a Van Gogh. Abbiamo una coppia di teenager che ha una pistola malfunzionante – dichiara l’autore Steven Naifeh -. E tre persone che probabilmente avevano bevuto troppo. L’omicidio accidentale è molto più probabile”.


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