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E come potevamo noi cantare… l’urlo silenzioso della poesia

La guerra annichilisce, toglie ogni valore e significato. Anche la poesia di fronte agli orrori e al dolore della guerra ammutolisce. Alle fonde dei salici, scritta da Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) durante l’occupazione nazista di Milano dopo l’armistizio con le truppe anglo-americane, segna l’allontanamento dell’autore dall’Ermetismo e il suo avvicinamento ad una poesia che riscopre i valori della solidarietà collettiva. Lo stesso autore ne spiega la genesi:

«La poesia è stata scritta alla fine dell’inverno del 1944 nel periodo più crudele della nostra storia. Nasce da un richiamo a un salmo della Bibbia, precisamente il 137°, che parla del popolo ebreo trascinato in schiavitù a Babilonia. È un riferimento culturale. Il poeta non canta, dico io nel primo verso; e questo lo dicevano gli ebrei perché il canto è la rivelazione più profonda del sentimento dell’uomo. “Al lamento / d’agnello dei fanciulli” , da questo sterminio non è stata risparmiata nemmeno l’infanzia. Basta ricordare l’episodio di Marzabotto dove sono stati fucilati e bruciati 1800 italiani. Fra questi, anche bambini di due anni».

 

Alle fronde dei salici
di Salvatore Quasimodo

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

 



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