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Chiudere il liceo classico? No, la cultura umanistica è la base del futuro

Ogni volta che si parla di riforma della scuola italiana il primo a “temere” è il liceo classico. Perché, sottolinea qualcuno, la società è cambiata, il mondo del lavoro pure e, con sé, anche il tipo di formazione che un giovane italiano deve avere per potersi confrontare con un mondo globalizzato. Eppure, rispondono altri, latino e greco erano più che globali, rappresentando tutto il mondo noto e quello in grado di esprimere un qualsiasi concetto. Di civiltà e di cultura. E se ne torna a parlare ora che il governo Renzi, con la sua “Buona scuola” sembra intenzionato a rottamare anche uno dei simboli della cultura e della società italiana. Quel liceo che tante grandi menti ha formato, siano rimaste nel nostro paese o abbiano trovato più fortuna (e considerazione) in lande meno “poetiche”. Il 15 novembre scorso, a Torino, organizzato dalla Fondazione San Paolo al Teatro Carignano di Torino, è stato messo in scena una sorta di proceso al liceo classico. Con tanto di accusa e difesa impersonate da nomi illustri. Per Umberto Eco (difesa) il liceo “è l’anima dell’Italia migliore. Come lui la pensa Luciano Canfora, secondo il quale “prepara alle professioni del futuro”. E questo perché grazie alle “lingue morte” propone veri  “problemi da risolvere” e non semplici “esercizi da eseguire”, aggiunge Dario Antiseri. Tra i pareri citati dall’Espresso, che alla questione ha dedicato un articolo molto stimolante, tanti sono quelli a favore. “Gli dobbiamo gran parte di quello che di buono ha ancora l’Italia: da Fabiola Gianotti a Daniele Dorazio, fisico incompreso chiamato dal Cern ma bloccato dal suo liceo di Brindisi, ben più del sei per cento degli italiani che fanno fortuna all’estero hanno in tasca una maturità classica”.

(continua dopo la foto)

 


 

Di nomi che vorrebbero rottamare il caro vecchio liceo ce ne sono tanti, a partire da quelli che guardano più ai numeri e all’economia. Come il finanzierre renziano Davide Serra, secondo i lquale “la cultura umanistica ha fatto il suo tempo”. E come Michele Boldrin che ha detto la sua contro “la maledetta cultura del liceo classico” che produce “mostri politici” come il ministro Dario Franceschini, reo di aver risposto all’amministratore delegato di Google che accusava la scuola italiana di “non formare persone adatte al nuovo mondo” che uno studente italiano “forse sa meno di informatica ma più di storia medievale, e nel mondo questo può essere apprezzato”. E l’economista ha subito la replica di Tullio de Mauro, linguista e tra i massimi esperti di istruzione che ha “smontato” la tesi di Boldrin, facendo peraltro notare che Franceschini viene dal liceo scientifico. E la resistenza sembra imporsi. Il liceo classico di oggi, dice la corte immaginaria, non si tocca, ma ha bisogno di un cambiamento troppo a lungo atteso. Il giudice manda gli atti al pm “perché promuova indagini preliminari in ordine a eventuali responsabilità per mancata o distorta opera riformatrice della scuola italiana”. Spetta al pubblico ministero, secondo il dispositivo, “indagare su eventuali comportamenti omissivi di chi, avendo responsabilità di governo, non ha attuato la riforma, venendo anche meno al dovere di fornire alla scuola risorse personali e strutturali assolutamente necessarie per il suo funzionamento”. In gioco anche altro: Canfora parla del liceo classico come di una “trincea della democrazia”. Tradurre latino e greco non è un esercizio sterile e fine a se stesso, “ma è lo strumento principale per orientarsi nella comprensione degli altri e delle altre culture”.Esercizio fondamentale in un mondo fatto di diversità che si toccano.

 

 


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