Una tragedia familiare che aveva profondamente colpito l’opinione pubblica britannica torna a far discutere a distanza di quasi due anni. A riaccendere l’attenzione sul caso sono le conclusioni dell’inchiesta condotta dal coroner, che ha ricostruito nel dettaglio quanto accaduto all’interno di un’abitazione privata, facendo emergere un quadro drammatico e complesso.
Per mesi gli investigatori hanno cercato di ricostruire le ultime ore di vita di una madre e di suo figlio, analizzando testimonianze, accertamenti medico-legali e ogni elemento utile a comprendere cosa fosse successo. Le indagini hanno preso in esame diverse possibili ricostruzioni dei fatti prima di arrivare a una conclusione definitiva, basata sulle prove raccolte nel corso dell’inchiesta.

I fatti risalgono al settembre del 2024, quando nella loro abitazione di Bodmin, in Cornovaglia, furono trovati senza vita Tasmin Paterson, 31 anni, e il figlio Hudson Paterson, di appena nove anni. Da quel momento è iniziato un lungo lavoro investigativo per chiarire la dinamica della tragedia e individuare cosa avesse portato la donna a un gesto tanto estremo.
Durante le udienze è emerso che Tasmin Paterson, descritta da chi la conosceva come una persona profondamente interessata alla spiritualità, la sera precedente alla tragedia aveva fatto dormire il bambino nel proprio letto perché aveva riferito che non si sentiva bene. Un dettaglio che gli inquirenti hanno ritenuto significativo nella ricostruzione degli ultimi momenti trascorsi insieme.
Il compagno della donna, Lewis Hughes, ha raccontato che Tasmin era convinta di possedere capacità sensitive e sosteneva di aver percepito una presenza “negativa” all’interno della casa nella quale la coppia si era trasferita da poco. Una convinzione che, secondo la sua testimonianza, aveva finito per alimentare tensioni e incomprensioni nella relazione. L’inchiesta ha inoltre evidenziato come il nucleo familiare stesse attraversando un periodo particolarmente difficile, segnato da molteplici problemi.
Tra le difficoltà emerse figuravano infatti le patologie croniche di cui soffriva la trentunenne, una situazione economica complicata e la scoperta che il compagno frequentasse un sito di incontri online. Circostanze che avrebbero contribuito ad aggravare il suo stato emotivo. Gli investigatori hanno però precisato che nessuno di questi elementi, considerato singolarmente, è stato ritenuto la causa diretta della tragedia, ma che tutti insieme avrebbero inciso sul progressivo peggioramento del suo equilibrio psicologico.
Nel corso della deposizione è intervenuto anche Aaron Paterson, padre biologico di Hudson ed ex marito della donna. L’uomo ha ricordato che i due si erano sposati in giovane età e che il figlio era nato prima della loro separazione, avvenuta in modo sereno dopo dodici anni di matrimonio. Davanti al coroner ha spiegato di non riuscire a condannare Tasmin come madre, sottolineando che “Hudson era tutto per lei” e aggiungendo di non aver mai immaginato che potesse essere capace di un gesto simile, come riferisce la BBC.
Nella parte conclusiva dell’inchiesta il coroner ha spiegato di aver valutato due differenti ipotesi. La prima prevedeva che il bambino fosse deceduto per una malattia naturale mai diagnosticata e che, successivamente, la madre si fosse tolta la vita. La seconda, ritenuta la più convincente alla luce delle indagini della polizia e degli esami medico-legali, sostiene invece che Tasmin Paterson abbia deciso di suicidarsi e, non riuscendo a sopportare l’idea di lasciare il figlio da solo, lo abbia soffocato prima di togliersi la vita. Il verdetto finale ha quindi stabilito che Hudson è morto per soffocamento e che la responsabilità della sua morte è attribuibile alla madre.


