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Baldini e i debiti di gioco: “Vivo braccato. È un inferno. Sono un pericolo per chi mi sta vicino”

Un’intervista-sfogo sul Corriere della Sera. Una confessione di un uomo che si trova di fronte ai suoi errori. Un esempio di cosa può succedere a chi cade nel pozzo senza fine del vizio del gioco. Un’allarme sociale, anche, perché Marco Baldini è famoso ma viene chiedersi quanti “Baldini” sconosciuti ci sono in giro per l’Italia, inseguiti da quella che, è bene ricordarlo, è una vera e propria malattia.

Baldini spiega al Corriere di non aver avuto scelta perché metterebbe a rischio le persone: “La mia vita è un inferno. È la vita di un uomo sfinito. Ricevo 150 telefonate al giorno, mi citofonano, mi stanno addosso. Non posso più lavorare. Quando mi sveglio alle sei cominciano le telefonate, le urla. E so che sarà così fino alla notte. Non ce la faccio più con la testa. Ho 55 anni, il mio fisico non regge. Mi verrà un infarto“. Perché non può continuare a lavorare con Fiorello? “Perché potrebbero arrivare lì e fare una piazzata tremenda. “Fuoriprogramma” non si registra in uno studio, ma in un bar in mezzo alla strada. Troppo pericoloso”. 


Baldini non vede via d’uscita: “È un cane che si morde la coda. Dovrei lavorare tantissimo per poter pagare i debiti, ma non sono in condizioni di poter lavorare… Non gioco più dalla fine del 2008, lo confermo, anche se persone cattive sostengono il contrario”. Speranze per il futuro? Nessuna. Baldini vive alla giornata. Anzi, ora per ora. 

Un modo per risolvere la situazione? “Ci vorrebbe solo che qualcuno si fidasse di me, pagasse i miei debiti e investisse su di me per progetti lavorativi futuri. Nessuno ha né voglia, né coraggio. E non lo biasimo. Chi vorrebbe darmi una mano non ha i soldi, chi ha i soldi non mi dà una mano”. Baldini non vuole rivelare il suo debito per rispetto verso chi guadagna 1000 euro al mese: “Nella mia disgrazia mi considero più fortunato di chi è stato licenziato e ha tre figli da mantenere”.  Ha un rimpianto? “Sì. Era l’aprile del 1991. Avevo 40 milioni (di lire) di debito. Valerio, un amico di Cecchetto, me li ha prestati. Metà li ho usati per i debiti, metà li ho giocati. Da lì è nata tutta la tragedia. Quella è la pallina di neve che è diventata valanga. L’errore più grande della mia vita”.

Per leggere l’intervista completa cliccate qui

 

 


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