Colosseo, l’idea rivoluzionaria: “Ricostruiamo l’arena dei gladiatori”


Ricostruire l’arena dei gladiatori del Colosseo per restituire ai visitatori dell’Anfiteatro Flavio lo stesso scenario visibile fino a poco più di un secolo fa. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini rilancia con un tweet l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena. “Basta un po’ di coraggio”, dice il ministro. 



Alcune foto Alinari fanno vedere come i visitatori vedevano e vivevano il Colosseo sino a poco più di un secolo fa”. Il progetto prevede la ricostruzione in legno del piano del calpestìo in modo da rendere da un lato nuovamente percorribile l’arena e dall’altro per realizzare il museo dei sotterranei ora a cielo aperto. 


L’articolo di Manacorda. Ecco i principali passaggi del recente articolo del professor Manacorda citato dal ministro.

“Le belle foto aeree che ritraggono il Colosseo dall’alto ci mostrano non la vasta e candida arena, che un tempo ospitava i giochi e gli spettacoli o, in età più recente, processioni religiose e manifestazioni pubbliche, ma un intrico inquietante di muri scoperchiati al sole, un labirinto tanto incomprensibile quanto inaccessibile… Perché i sotterranei del Colosseo stanno a pancia all’aria sotto il sole e non sono tornati là dove dovevano stare? O meglio: perché non è tornata su di loro quella coltre necessaria e antica dell’arena, appunto, che oltre a dar loro la dovuta protezione, gli avrebbe dato anche quel che adesso gli manca, cioè un senso? È esistita, ed esiste tuttora – noi archeologi dobbiamo confessarlo per primi – un’archeologia necrofila, un modo di concepire e praticare l’intervento sui monumenti e le stratificazioni antiche come un’insana esposizione delle cose morte… Analizzare scientificamente un monumento e trarne tutte le informazioni storiche che ne derivano non ha nulla a che vedere con l’ostentazione della sua morte. Fatta l’autopsia, il medico legale ricuce il cadavere. Scavato un monumento, l’archeologia dovrebbe generalmente riseppellirlo, specie se manca un progetto valido di valorizzazione. E se quel monumento è sempre stato lì? Se – come nel caso del Colosseo – quell’ammasso di pietre, prima di diventare ai nostri occhi un monumento, era stato una rovina, una di quelle grandi rovine che hanno dato senso e fascino alla storia millenaria di Roma? È possibile indagare con lo scavo un monumento-rovina? Certo che è possibile. Ma le rovine richiedono qualcosa di più di quello che pretende un simile edificio sepolto: la loro storia è ininterrotta nei secoli, hanno vissuto e agito prima di noi è continueranno a farlo dopo; non le abbiamo resuscitate noi: già erano lì. Noi le abbiamo indagate e loro, accettando questa nostra legittima pulsione, pretendono da noi qualcosa in cambio: il rispetto. Al Colosseo, nel secolo appena trascorso, qualcuno ha ritenuto di dover togliere la sua arena, cioè il suo vestito, magari un po’ lacero, che gli consentiva però di mostrarsi al mondo con dignità. Io vorrei che noi rivestissimo questo Grande Ignudo della sua veste più intima, gli restituissimo la possibilità di parlarci a viso aperto, non come chi sta imbarazzato davanti al pubblico con entrambe le mani sul ventre, quasi a chiedere scusa di una colpa non sua.

Rifare l’arena quali problemi comporta? Francamente non ne vedo: restituire ai sotterranei la loro “sotterraneità” significa, semmai, offrire la possibilità di visitarli addentrandosi in un labirinto, questa volta però sensato, perché percorribile così come lo era quando faceva parte di un meccanismo funzionante, che funzionava perché era “al di sotto”, sottratto agli sguardi, ma non alle persone che vi agivano. Ridando vita ai sotterranei si restituisce anche vita all’arena, al senso stesso di ogni anfiteatro di ieri, di oggi è di domani, cioè di un luogo in cui – lo dice la parola stessa – dall’intorno si osserva quel che accade al centro. E che cosa può mai accadere in un luogo che non c’è? La distruzione dell’arena ha trasformato il Colosseo in un luogo surreale. La sua restituzione domani gli permetterebbe di tornare ad essere, carico di anni, un luogo che accoglie non il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato, ma un luogo che, nella sua cornice unica al mondo, ospita -nelle forme tecnicamente compatibili- ogni possibile evento della vita contemporanea”.