Storie di immigrazione, quando eravamo noi italiani a imbarcarci sulle carrette della morte


 

L’Italia si mostra sempre più esposta all’emergenza profughi, e negli ultimi anni ha registrato un vero e proprio nelle richieste di asilo: nel 2014 sono aumentate del 142,8%, mentre dall’inizio del 2015 i migranti sbarcati sul suolo italiani sono stati 23.556. Secondo Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell’immigrazione, tra il 1988 e il 2008 almeno 12.012 persone hanno perso la vita tentando di raggiungere clandestinamente il Vecchio Continente, mentre nel solo Canale di Sicilia i morti sono stati 2.511. l naufragio del barcone libico, che trasportava 700 migranti (secondo la testimonianza di un superstite le persone a bordo erano 950), e che ha lasciato in mare una scia di morte e dolore, riporta alla memoria la storia degli emigrati italiani del secolo scorso. Che oggi come allora si imbarcavano sulle carrette per raggiungere l’America. Nei quarant’anni dell’emigrazione di massa, 7 milioni e 600mila italiani attraversarono l’Atlantico diretti inizialmente in Argentina e poi anche in Brasile e Stati Uniti. Gli italiani viaggiavano in condizioni disperate sui cosiddetti ‘’vascelli della morte’’. Piroscafi in disarmo, con una media di 23 anni di navigazione, che trasportavano fino a 1000 persone. A causa delle condizioni igienico-sanitarie, molte persona morivano durante la traversata, trasformando le barche in vascelli fantasma.

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Il Museo nazionale dell’emigrazione riporta come sul piroscafo “Città di Torino” nel novembre 1905 ci furono 45 morti su 600 imbarcati; sul “Matteo Brazzo” nel 1884 20 morti di colera su 1.333 passeggeri (la nave venne poi respinta a cannonate a Montevideo per il timore di contagio); sul “Carlo Raggio” 18 morti per fame nel 1888 e 206 morti di malattia nel 1894; sul “Cachar” 34 morti per fame e asfissia nel 1888; sul “Frisia” nel 1889 27 morti per asfissia e più di 300 malati; sul “Parà” nel 1889 34 morti di morbillo; sul “Remo” 96 morti per colera e difterite nel 1893; sull’”Andrea Doria” 159 morti su 1.317 emigranti nel 1894; sul “Vincenzo Florio” 20 morti sempre nel 1894. Le tragedie del mare – Le pessime condizioni delle imbarcazioni utilizzate per trasportare la “tonnellata umana”, come veniva chiamato il carico di emigranti, anche un secolo fa provocavano spesso sciagure come quella avvenuta al largo della Libia: Nella storia dell’immigrazione dal Bel Paese affiorano sciagure come quelle che oggi riempiono le cronache: 576 italiani (quasi tutti meridionali) morti il 17 marzo 1891 nel naufragio dell'”Utopia” davanti al porto di Gibilterra; 549 morti (moltissimi dei quali italiani) nella tragedia del “Bourgogne” al largo della Nuova Scozia il 4 luglio 1898; 550 emigrati italiani vittime, il 4 agosto 1906, del naufragio del “Sirio” in Spagna; 314 morti (secondo la conta ufficiale, ma per i brasiliani le vittime furono più di 600) nel naufragio della “Principessa Mafalda” il 25 ottobre 1927 al largo del Brasile.

Quest’ultima è nota come la peggior sciagura che abbia mai colpito gli emigranti italiani. La nave partì da Genova l’11 ottobre 1927 con a bordo 1.259 persone, tra le quali diversi migranti siriani ma soprattutto numerosi emigranti piemontesi, liguri e veneti. Il piroscafo, che secondo la società armatrice era in perfette condizioni, in realtà non era più considerato sicuro dagli addetti ai lavori dopo vent’anni di scarsa manutenzione e di usura. Tanto che, solo nel tratto di Mediterraneo verso Gibilterra, la nave subì 8 guasti ai motori, uno alla pompa di un aspiratore, uno all’asse dell’elica di sinistra, uno alle celle frigorifere. Dopo una navigazione relativamente tranquilla, al largo della costa del Brasile, tra Salvador de Bahia e Rio de Janeiro. l’asse dell’elica sinistra si sfilò e, continuando a ruotare per inerzia, provocò un enorme squarcio nello scafo. La sala macchine fu invasa dall’acqua e poco dopo le 22, quando la nave restò completamente al buio. Il capitano fece calare le scialuppe di salvataggio, ma a causa dell’inclinazione a sinistra quelle di dritta colpirono lo scafo andando in pezzi. Di quelle calate in mare, molte erano danneggiate e imbarcavano acqua; altre vennero prese d’assalto e si ribaltarono. Molti passeggeri si tuffarono cercando di raggiungere a nuoto le navi di soccorso, e alcuni di loro vennero divorati dagli squali; mentre altri si suicidarono, sparandosi pur di non morire annegati. Secondo i dati ufficiali forniti dalle autorità italiane i morti furono 314, ma i sudamericani diedero un numero di morti più che doppio, ben 657.

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