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Henri-Lévy: “L’Europa riparta dalla cultura”

Dopo l’anteprima del 27 giugno a Sarajevo, La Fenice ospita la prima mondiale di Hotel Europe, piéce di Bernard Henri-Lévy, in cui si passano in rassegna i mali dell’Europa e i possibili rimedi. Più o meno. In realtà è un lungo monologo in cui un uomo di oggi, a cent’anni dalla prima guerra mondiale e a circa venti dal dramma della ex-Jugoslavia, chiuso in un albergo di Sarajevo (che secondo Lévy “dovrebbe essere la sede del Parlamento Europeo, o almeno della Comissione Europea: è una città multietnica carica di storia e di significato”), è in attesa di pronunciare un discorso, e intanto nella sua mente sfilano i grandi personaggi europei del passato e del presente, e tutti i motivi che hanno portato l’Europa in questa situazione di debolezza e di confusione, e quelli che invece potrebbero farle recuperare la salute. Ma che cosa potrebbe salvare l’Europa? Per Henri-Lévy bisogna ritrovare lo spirito europeo dei grandi, soprattutto dei letterati. Bisogna ripescare Dante e Goethe, rifarsi a Kafka e a Moravia, a Vaclav Havel e a Pasolini. Tutti nomi di morti? Ma per lui “sono più vivi dei sedicenti vivi che siedono oggi nei posti-chiave dell’Europa”. Ma bisogna fare presto: “Per l’Europa è mezzanotte meno cinque, non c’è più tempo. Il contrario dell’Europa non sono le nazioni, è l’inferno”. La scelta della Fenice? Secondo il filosofo Venezia è città del mondo, è un crocevia, un miscuglio, è una finestra sull’Est, e quindi è una sede adatta per parlare di Europa. 

 



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