Abiti usati, ecco dove diavolo finiscono davvero. Altro che solidarietà…


 

Codici degli appalti non rispettati fino in fondo, nessuna garanzia sul servizio affidato, nessuna quantificazione degli atti di solidarietà, un eccessivo corrispettivo richiesto. Tutti elementi che contribuiscono ad alimentare il fenomeno di una diffusa illegalità all’interno del settore della raccolta di abiti usati, in cui le cooperative rappresentano l’intermediario tra amministrazione e cittadini che finiscono per chiedersi se conferire abiti usati nei cassonetti gialli significhi compiere un’attività solidale o alimentare un business profittevole. La risposta? Impossibile sapere se il mandato di solidarietà del cittadino viene rispettato. È quanto emerge dallo studio “Indumenti usati: come rispettare il mandato del cittadino?” di Humana People to People e Occhio del Riciclone onlus.

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Quella che dovrebbe rappresentare un’opportunità sociale ed economica, in Italia si rivela purtroppo un settore che presenta meccanismi “opachi” che si innestano su un giro d’affari da 200 milioni di euro, alimentato dalle 110mila tonnellate di vestiti raccolte mediamente ogni anno. Come dimostrano le recenti inchieste sulla Terra dei Fuochi e su Mafia Capitale, sempre più frequentemente gli abiti raccolti finiscono per alimentare traffici illeciti. Colpa di una legislazione non particolarmente chiara né puntuale. Il criterio della trasparenza non è un requisito richiesto nei bandi di gara per l’assegnazione del servizio di raccolta degli abiti usati: non viene richiesto un certificato antimafia né chiarimenti sull’utilizzo che verrà fatto di quei vestiti.

Così, accanto a quanti operano correttamente trovano spazio anche contrabbando, riciclaggio di denaro sporco e traffico illecito di rifiuti. Le indagini della Direzione nazionale antimafia svolte dal sostituto procuratore Ettore Squillace Greco hanno dimostrato come buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà finiscano per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti, anche ricorrendo all’intimidazione. Un’altra piaga del settore è la pratica massiccia del contrabbando verso Paesi che hanno proibito l’importazione. Senza contare poi chi aggira le norme di selezione e igienizzazione di indumenti usati, chi falsifica le bolle di trasporto, chi smaltisce illegalmente le frazioni residuali, il commercio al nero, le frodi doganali, il riciclaggio di denaro sporco e chi pratica il “transfer mispricing”: attribuzione di quote di prezzo artificialmente elevate ad anelli della catena ubicati in paradisi fiscali o in paesi dove la tassazione è più bassa.

 

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Nel corso della filiera intervengono vari soggetti e questo accade dagli anni ’90, da quando cioè si è passati dalla “raccolta porta a porta”, quella che avveniva direttamente all’interno dei condomini, a quella stradale dei cassonetti gialli con l’arrivo dei quali è aumentata la quantità degli indumenti raccolti ed è venuta meno la possibilità che gli abiti conferiti finiscano direttamente nelle mani di chi ha bisogno, rendendo necessarie tutta una serie di operazioni intermedie (dallo stoccaggio alla selezione alla igienizzazione) per le quali serve una copertura economica. Per questo, già da molti anni gli indumenti usati vengono soprattutto venduti ad attori di mercato e le eventuali azioni di solidarietà si limitano a donazioni, economiche o di abiti, ad enti benefici.

È frequente, infatti, che piccole cooperative vendano a grandi gestori di impianti per la classificazione e l’igienizzazione e ai distributori intermedi che riforniscono di merci i venditori al dettaglio in Italia o nei Paesi importatori. In questo caso, la cooperativa finisce per rappresentare l’interfaccia con i cittadini per ottenere la loro fiducia. Oppure potrebbe essere un solo soggetto a seguire tutta la filiera (come nel caso di Humana) garantendone la trasparenza e la coerenza. Gli operatori “seri” ci sono e chiedono a viva voce più controlli e norme chiare e stringenti. Ad emergere è l’esigenza che i Comuni, deputati ad assegnare il servizio di raccolta, “si dotino di strumenti atti a garantire la trasparenza non limitandosi al servizio di raccolta”, spiega Raniero Maggini, presidente del centro di Ricerca Occhio del Riciclone.

Mentre Humana è impegnata affinché “all’interno dei bandi di gara si introducano criteri di oggettività e sana competizione sui temi economici, dell’efficienza, del sociale e dell’ambiente – spiega Karina Bolin, presidente di Himana People to People – ovvero che le stazioni appaltanti si assumano la responsabilità non solo di evitare che gli abiti usati finiscano in discarica ma anche di assegnare il servizio di raccolta a soggetti che garantiscano l’effettiva chiusura del cerchio di un percorso virtuoso rispettando in questo modo il mandato del cittadino”. Grazie alla generosità di circa 2 milioni di persone, solo nel 2014, sono stati donati a Humana oltre 17,3 milioni di kg di vestiti usati, che hanno permesso di sostenere 42 progetti nel Sud del mondo e azioni sociali e di sensibilizzazione in Italia. Un contenitore per la raccolta vestiti di Humana, in un anno, consente la realizzazione di 4 orti scolastici in Mozambico per formare i piccoli coltivatori sulle tecniche di agricoltura sostenibile e fornire cibo sano e variegato a bambini, donne e uomini delle comunità locali coinvolte.

 

Caffeina news by AdnKronos

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