C’è un punto in cui il dolore dovrebbe restare intoccabile. Un luogo dove anche il silenzio pesa, e la memoria è tutto quello che rimane. Eppure, in un piccolo cimitero di provincia, qualcuno avrebbe varcato quel confine con un gesto che continua a far rabbrividire. Un video, dicono, è sconcertante.
La comunità è ancora lì, sospesa tra incredulità e rabbia. Perché quando a essere violata è una tomba, non è solo un atto vandalico: è una ferita aperta che torna a sanguinare. E stavolta gli investigatori hanno deciso di tornare sul posto e rifare, passo dopo passo, ciò che sarebbe accaduto.
Il ritorno al cimitero: “rifacciamo tutto”
Il 9 giugno i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Bergamo, insieme ai colleghi di Zogno, sono entrati nel cimitero di Strozza (Bergamo) con un obiettivo preciso: capire se la profanazione della tomba di Pamela Genini potesse essere opera di una sola persona o se dietro ci fosse un gruppo.
Pamela aveva 28 anni. La sua storia è una di quelle che spezzano il fiato: è stata uccisa a Milano con 70 coltellate dall’ex fidanzato Gianluca Soncin. E anche dopo, quando avrebbe dovuto esserci solo raccoglimento, la sua pace sarebbe stata violata di nuovo.
La prova choc: una bara “identica” e il test della forza
Per la simulazione è stata usata una bara con le stesse caratteristiche di quella di Pamela. Non solo: è stato raggiunto lo stesso peso della giovane, proprio per rendere la prova il più realistica possibile. A seguire tutto, anche figure istituzionali e tecniche del territorio.
Erano presenti Riccardo Cornali, sindaco di Strozza, i tecnici comunali che si occupano della manutenzione del cimitero e il titolare dell’agenzia di onoranze funebri che aveva curato la tumulazione. Una scena quasi surreale: come se quel luogo, per un giorno, fosse tornato un “set” dell’orrore per ricostruire la verità.
Strumenti e mani nude: cosa hanno verificato gli inquirenti
Gli investigatori hanno provato più strade. Prima utilizzando gli strumenti impiegati normalmente nelle operazioni cimiteriali per estrarre un feretro. Poi, la parte più delicata e inquietante: verificare se si potesse fare anche senza attrezzi, solo con lo sforzo fisico.
A tentare sono stati un addetto alla manutenzione e un carabiniere. Hanno estratto la bara, l’hanno appoggiata temporaneamente e poi reinserita nel loculo. Un’azione concreta, misurabile, per capire quanta forza serva davvero per compiere un gesto così.
“Può farlo anche uno solo”: la frase che cambia tutto
In una nota stampa diffusa dai carabinieri di Bergamo, il punto che pesa di più è nero su bianco: sarebbe stata verificata “la concreta possibilità che le operazioni di movimentazione del feretro possano essere eseguite anche da un solo soggetto, mediante il solo impiego della forza fisica”.
Ora quegli esiti finiranno sul tavolo della Procura: serviranno a ricostruire la dinamica e soprattutto a stringere il cerchio su chi avrebbe profanato la tomba. Perché la domanda che martella, in paese e non solo, è sempre la stessa: chi è stato capace di tanto?
L’indagato e il dettaglio che non dà pace
Al momento c’è una sola persona indagata per vilipendio di cadavere e per il furto della testa, che non è stata ancora trovata. Si tratta di Francesco Dolci, amico di Pamela: l’uomo che la giovane aveva sentito e a cui aveva chiesto aiuto la sera in cui poi è stata uccisa.
Proprio in questi giorni sono iniziati gli accertamenti tecnici sui suoi cellulari, nella speranza di trovare elementi utili alle indagini. Intanto resta l’eco di quel gesto, e di un cimitero che da luogo di pace si è trasformato nell’ennesimo capitolo di una storia che non smette di sconvolgere.


