
In paese se ne parla sottovoce, come quando una storia fa paura davvero. Un Natale che doveva essere famiglia e tavola imbandita si è trasformato in un incubo, e da settimane ogni dettaglio torna a galla: un piatto, un dolce, una visita, una frase detta (o non detta). E ora, in questura, qualcuno viene richiamato.
L’inchiesta va avanti nel massimo riserbo, ma una cosa è chiara: gli investigatori stanno ricostruendo minuto per minuto le giornate attorno alle feste, passando al setaccio abitudini e rapporti tra i parenti che erano presenti in casa prima della tragedia. Un lavoro lento, quasi ossessivo, perché qui niente può essere lasciato al caso.
Nelle ultime ore l’attenzione si concentra ancora una volta sull’ambiente più vicino alle vittime. La Squadra Mobile ha convocato nuove persone e sta ascoltando chi, in quei giorni, ha visto, cucinato, servito, condiviso. L’obiettivo è capire cosa sia successo davvero tra la vigilia e i giorni immediatamente successivi, quando tutto è precipitato.
Il nuovo interrogatorio si svolge in questura a Campobasso. Qui vengono ascoltati Gianni e Alice Di Vita, padre e figlia, già sentiti nelle settimane precedenti come persone informate sui fatti nell’ambito del cosiddetto giallo di Pietracatella. Ora le domande tornano, più puntuali, più stringenti.

Intanto, sullo sfondo, resta la vicenda che ha sconvolto tutti: la morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi. La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato: un’accusa pesantissima che rende l’intera storia ancora più inquietante e dolorosa.
E c’è un dettaglio che, secondo gli inquirenti, rende tutto particolarmente delicato: le due donne sarebbero state avvelenate con ricina alla fine di dicembre. Un’ipotesi che, se confermata, sposterebbe la vicenda su un livello ancora più tragico e complesso.
Secondo quanto riferito dall’Ansa, Gianni Di Vita sarebbe entrato in questura utilizzando un ingresso secondario, poco dopo le 15.30. Un particolare che racconta bene il clima: discrezione, tensione, e la consapevolezza di essere al centro di un caso che ormai è molto più di una “semplice” tragedia familiare.
Gli investigatori, infatti, stanno cercando di ricostruire nel dettaglio le ultime ore trascorse dalle vittime prima del malore fatale. Dove hanno mangiato, con chi, cosa è stato portato in casa, cosa è rimasto in frigo, cosa è stato consumato e cosa no. È lì che, probabilmente, si gioca la verità.
Nella giornata di oggi viene ascoltata anche zia Isa, in famiglia “Isuccia”: 92 anni, vive nella stessa palazzina delle vittime. Il colloquio con gli inquirenti, riferiscono le ricostruzioni, si concentra soprattutto su alcuni alimenti consumati durante le festività. In questi casi, anche ciò che sembra innocuo può diventare decisivo.

Secondo quanto riportato da Repubblica, al centro dell’attenzione ci sarebbe un dolce preparato dall’anziana per la cena della vigilia di Natale, alla quale partecipano circa dieci parenti. Ma c’è un punto che lascia tutti interdetti: nessuno dei presenti avrebbe accusato sintomi sospetti dopo quel pasto.
Per questo, spiegano le ricostruzioni, il raggio delle verifiche si sta allargando ad altri momenti: non solo la vigilia, ma anche i pasti tra il 23 e il 24 dicembre, e poi il pranzo e la cena del giorno di Natale. Gli investigatori vogliono capire quando possa essere avvenuto l’avvelenamento, e soprattutto come.
Nel frattempo Pietracatella resta sospesa. È uno di quei luoghi dove tutti si conoscono e ogni assenza pesa, dove una notizia diventa sguardo, mormorio, silenzio. E dove due morti così, improvvise e circondate da ombre, cambiano per sempre il modo in cui una comunità si guarda allo specchio.
Le indagini proseguono, tra interrogatori e verifiche, mentre chi indaga prova a ricomporre i pezzi di una storia ancora piena di interrogativi. E ogni nuova convocazione in questura, inevitabilmente, riaccende la stessa domanda: cosa è successo davvero in quella casa durante le feste?


