Per qualche secondo, nell’Aula della Camera, l’aria si è fatta pesante. Non la solita schermaglia da Question time, non il classico botta e risposta da copione: stavolta si è sentito proprio quel rumore secco che fanno le parole quando passano il limite. E quando succede, non c’è regolamento che tenga: esplode tutto.
Giorgia Meloni era lì per le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo, tema già di per sé carico di tensione. Ma la discussione, in pochi minuti, si è spostata altrove. Dal merito della politica estera a qualcosa di molto più viscerale, che ha lasciato la maggioranza furiosa e l’opposizione spaccata tra applausi e imbarazzo.
La frase che accende la miccia e manda l’Aula in tilt
A incendiare la seduta è l’intervento di Francesco Silvestri, capogruppo M5S in commissione Esteri. Nel mirino mette la postura internazionale dell’Italia e, in particolare, i rapporti con leader come Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Il senso politico del suo attacco è chiaro: secondo lui, altro che “schiena dritta”, l’Italia resterebbe subalterna.
Poi però arriva la frase che cambia tutto. Silvestri sostiene che la premier non avrebbe raddrizzato la schiena, ma avrebbe “messo delle ginocchiere per stare più comoda”. In Aula scattano gli applausi dai banchi grillini, ma dall’altra parte si alza un muro di indignazione: per la maggioranza quella battuta non è una metafora, è un’allusione sessista e degradante.
Meloni non lascia correre: la replica è durissima
Quando arriva il momento della replica, Meloni sceglie di non far finta di niente. Anzi, decide di restituire il colpo, e lo fa mettendo subito a fuoco il punto: certe immagini, certe insinuazioni, non vengono usate a caso. E soprattutto, sostiene, difficilmente sarebbero state rivolte a un uomo seduto a Palazzo Chigi.
La presidente del Consiglio richiama anche le polemiche recenti sul linguaggio e sul rispetto istituzionale. Ricorda l’indignazione di chi, a sinistra, si è scaldato per un “signor presidente” al maschile. E incalza: davvero il rispetto per una donna passa solo dalla declinazione, o non dovrebbe partire prima di tutto dal pretendere che non si usino espressioni come quella?
Nel finale, Meloni affonda: secondo lei, una parte dell’opposizione fatica ad accettare che la prima donna premier italiana sia arrivata da destra, “con le proprie forze”, senza scorciatoie. È una chiusura che divide, ma che in Aula suona come una dichiarazione di guerra politica.
La maggioranza chiede sanzioni: “È inaccettabile”
La bagarre non si spegne con la fine della seduta. Anzi. Da Fratelli d’Italia arrivano richieste formali di provvedimenti. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami invoca l’applicazione delle sanzioni disciplinari previste dal regolamento, fino alla sospensione dai lavori. E rilancia persino l’ipotesi più pesante: le dimissioni.
Sulla stessa linea anche la vice capogruppo Augusta Montaruli, che sottolinea un dettaglio che pesa come un macigno nel racconto politico della giornata: gli applausi non sarebbero arrivati solo dagli uomini del Movimento 5 Stelle, ma anche da alcune deputate. E punta il dito contro il silenzio della segretaria dem Elly Schlein, invitandola a prendere posizione.
Silvestri si difende: “Era una metafora politica, non sessismo”
Travolto dalle accuse, Silvestri prova a spegnere l’incendio. Rivendica il senso del suo intervento e parla di strumentalizzazione: per lui le “ginocchiere” sarebbero solo un’immagine sulla postura diplomatica, un modo duro per dire che l’Italia resterebbe “genuflessa” davanti a Washington e Tel Aviv.
Secondo il deputato, trasformare quella frase in un insulto sessuale sarebbe malafede politica. Una lettura utile, sostiene, a spostare l’attenzione dai temi veri della politica estera e dalle scelte del governo. Ma il danno, intanto, è fatto: perché quando una frase entra in quel territorio, poi non la riporti più indietro.
Le scuse dalla Presidenza: “Se avessi colto subito, sarei intervenuta”
Nel mezzo del caos, interviene anche la vicepresidente della Camera Anna Ascani, che presiedeva la seduta durante l’intervento incriminato. E mette agli atti le sue scuse formali: se avesse percepito immediatamente il possibile significato sessista attribuito da parte della maggioranza, dice, avrebbe richiamato l’oratore.
Ascani parla di una svista, della concitazione del momento. Ma anche questo passaggio diventa parte della polemica: perché in Aula, quando la tensione sale, ogni secondo di silenzio viene letto come una scelta.
Fuori dal Parlamento è rissa social: chi difende Meloni e chi grida al vittimismo
Come sempre, appena la notizia esce da Montecitorio, si riversa in rete. E lì diventa un’altra battaglia. Da una parte, chi difende Meloni e parla di attacco indegno, applaudendo la sua risposta giudicata “ferma” e “lucida”. Dall’altra, chi sostiene che la destra stia usando l’episodio per fare muro e non discutere dei dossier internazionali.
Nel mezzo, la sensazione che questa storia non si chiuderà in fretta. Perché non è solo una frase. È il simbolo di un clima che si incattivisce, dove il confine tra critica politica e offesa personale si assottiglia. E dove ogni parola, ormai, può diventare una miccia.


