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Maxi risarcimento, dopo lo scandalo dei 7 milioni la comunicazione della manager di Meloni

Un caso che sta rapidamente assumendo una dimensione politica oltre che gestionale. Il possibile passaggio di Giuseppina Di Foggia da amministratrice delegata di Terna alla presidenza di Eni ha acceso polemiche, critiche e tensioni anche all’interno del governo guidato da Giorgia Meloni.

Il nodo centrale riguarda una buonuscita da circa 7,3 milioni di euro. Il contratto di Di Foggia prevede infatti un’indennità di fine mandato in caso di uscita alla scadenza naturale del 12 maggio. Tuttavia, per assumere la presidenza di Eni – la cui assemblea è fissata al 6 maggio – la manager dovrebbe dimettersi prima da Terna, perdendo automaticamente il diritto alla liquidazione.

Una situazione che si scontra anche con le linee guida del Ministero dell’Economia, che già dal 2023 spingono per limitare o escludere buonuscite milionarie nelle società partecipate, soprattutto in caso di dimissioni volontarie o fine mandato. A complicare il quadro c’è anche il principio del cosiddetto “pantouflage”, cioè il passaggio tra società sotto controllo pubblico, che rende ancora più delicata la giustificazione di un’indennità così elevata.

Le dimissioni non sono ancora arrivate e il tempo stringe. Per ottenere la buonuscita, Di Foggia dovrebbe restare in carica fino al termine del mandato e ottenere l’approvazione del consiglio di amministrazione di Terna. Ma questa ipotesi si scontra con la volontà del governo, che ha indicato il suo nome per Eni e che nelle ultime ore ha aumentato la pressione per una scelta rapida.

Da Palazzo Chigi sarebbe arrivata una linea chiara: evitare che la vicenda si trascini fino alle assemblee e chiarire subito la posizione. Non si esclude, in caso di stallo, un intervento diretto sulla lista per il rinnovo del board di Eni, con la possibile sostituzione del nome di Di Foggia. Un segnale che evidenzia quanto il caso sia diventato sensibile anche sul piano politico.

Le opzioni restano tre: dimettersi subito da Terna rinunciando ai milioni, accettare comunque la nomina in Eni rischiando incompatibilità e revoca, oppure restare fino al 12 maggio tentando di ottenere l’indennità, che però potrebbe essere contestata proprio alla luce delle direttive del Mef.

In questo scenario si inserisce l’ultimo sviluppo. Terna ha reso noto che l’amministratrice delegata uscente Giuseppina Di Foggia “ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto”. L’azienda ha precisato che ulteriori comunicazioni arriveranno al termine delle procedure previste dalla normativa e nel rispetto dei principi di corporate governance.

Una scelta che potrebbe sbloccare la nomina in Eni, ma che non cancella le polemiche su una vicenda che tocca due snodi strategici del sistema pubblico e che riporta al centro il tema della trasparenza nelle nomine e della gestione delle risorse nelle grandi partecipate.


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