Ci sono giorni in cui Luciana Littizzetto sembra tenere insieme due film diversi: uno tenero, quasi domestico, fatto di legami che crescono in silenzio; l’altro molto più rumoroso, con avvocati, carte e una battuta finita dove non doveva finire. E in mezzo, lei: ironica, lucidissima, a tratti disarmante.
Nell’intervista al Corriere della Sera la comica torinese si racconta senza maschere: parla dei suoi ragazzi, di un gesto che pesa più di mille dichiarazioni, e poi di una querela vera che la mette di fronte a un’istituzione. Con una risposta secca, in perfetto stile Littizzetto.
La parte più intima: quando un legame diventa “ufficiale”
Prima della tv, prima delle polemiche, prima delle frasi che rimbalzano ovunque, c’è una storia che si muove sottovoce. Quella di Vanessa e Jordan Beljuli, entrati nella vita di Luciana quando erano ancora bambini: lei 11 anni, lui 9. Origini albanesi, un percorso di affido, e quell’equilibrio delicatissimo che non ha mai bisogno di proclami.
Littizzetto ne ha parlato nel tempo con la sua solita ironia piena di grazia. In un memoir si era definita una “mamma giraffa”, come a dire: sempre protesa verso di loro, sempre attenta, ma senza pretendere un ruolo tradizionale. Un modo tutto suo di spiegare che l’amore, a volte, non ha etichette facili.
Oggi Vanessa lavora come social media manager. Jordan è nel mondo delle produzioni cinematografiche. Sono adulti, con la loro strada e la loro autonomia. E proprio da adulti hanno fatto una scelta che dice moltissimo: hanno chiesto di aggiungere il cognome Littizzetto al loro.
Lei lo racconta con quella semplicità che ti lascia addosso una specie di nodo: “Stiamo aspettando che la burocrazia faccia il suo corso”. Poche parole, ma il senso è enorme. Perché un cognome non è un dettaglio: è appartenenza, riconoscimento, una decisione presa in piena libertà.
“Non mi chiamano mamma”: eppure il gesto vale più di tutto
Qui sta forse il punto più potente del racconto. Vanessa e Jordan non la chiamano mamma. Per loro è sempre rimasta “Lu”. Eppure, quel desiderio di portare il suo cognome sembra dire molto più di qualsiasi titolo. Un legame che non ha mai avuto bisogno di essere dichiarato, ma che oggi si fa, in qualche modo, visibile.
Luciana lo ammette con onestà: “Sono più alla loro altezza, il confronto è sullo stesso piano. Cerco di non essere sfinente, non sempre ci riesco”. Il rapporto si è trasformato, è diventato tra adulti. Ma resta quella trama di cura che, anche quando cambia forma, non scompare.
La storia che fa rumore: la querela e la battuta finita in tribunale
Poi c’è l’altra faccia dell’intervista, quella che riporta Littizzetto nel mezzo del dibattito su satira e istituzioni. La comica conferma di avere una questione legale aperta con l’Esercito italiano. Tutto nasce da una battuta sulla guerra, o meglio su come noi italiani ci rapportiamo all’idea di guerra.
“Avevo detto che noi italiani non siamo bravi a fare la guerra e un generale ci ha letto un’offesa alle famiglie delle vittime cadute in guerra”, racconta. Da lì, la denuncia e l’eco inevitabile: perché quando la satira tocca i simboli, la reazione diventa spesso immediata e durissima.
La sua risposta, però, è una lama sottile. Lucida, definitiva, senza alzare la voce: “Sono responsabile di ciò che dico, non di quello che capisci”. È una citazione di Massimo Troisi, e messa così sembra una linea tracciata netta: le parole si scelgono, ma l’interpretazione appartiene a chi ascolta.
Non è neanche la prima volta che Littizzetto si ritrova a fare i conti con le istituzioni. In passato aveva già raccolto critiche dal Ministero della Difesa (nel 2020) per una battuta sulle divise militari. E nel tempo sono arrivati esposti e diffide legati ai suoi monologhi. Un copione che per molti sarebbe bastato a frenare. Lei, invece, no.
La frase del Papa e quella leggerezza che disarma
Nell’intervista spunta anche un aneddoto che sembra scritto da uno sceneggiatore. Littizzetto racconta di aver chiesto a Papa Francesco se sarebbe finita all’inferno. E la risposta, secondo lei, è stata: “Meglio comica che tragica”. Una battuta che, detta così, sembra racchiudere tutto: la sua cifra, e anche quel modo di sdrammatizzare che non toglie profondità, ma la rende più sopportabile.
Quando ammette di aver sbagliato: “Avrei potuto risparmiarmela”
Non è solo difesa a spada tratta della satira, però. Perché c’è un punto in cui Littizzetto si ferma e riconosce un limite. Parla della battuta fatta in passato sulla gravidanza di Carmen Russo, diventata madre a 53 anni grazie alla fecondazione assistita.
Qui non ci sono citazioni celebri a fare da scudo, né ironia per alleggerire. Solo un’ammissione secca: “Ci rimase malissimo. Avrei potuto risparmiarmela, mi è dispiaciuto”. È un dettaglio che cambia il tono del racconto: la donna che regge le polemiche sa anche dire, semplicemente, “ho esagerato”.
Due storie, una sola Luciana
Alla fine restano addosso due immagini molto diverse: da una parte quella “Lu” che non ha mai preteso di essere chiamata mamma, ma che oggi vede due adulti desiderare il suo cognome; dall’altra la comica che si ritrova in tribunale per una battuta e rivendica la natura della satira con una frase di Troisi.
Non sono episodi collegati in modo evidente. Ma raccontano la stessa persona: una donna che sceglie, che regge, che inciampa quando serve ammetterlo. E che, dopo anni di tv, riesce ancora a far parlare di sé senza sembrare mai uguale a ieri.


