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Crudeltà senza limiti. L’ex fidanzata gli lacia il gatto e lui fa una cosa inimmaginabile

Quando Laura ha riaperto la porta di casa, pensava di trovare il suo gatto Green, affidato per qualche giorno all’ex fidanzato, ad attenderla come sempre. Invece si è trovata davanti una scena che non dimenticherà mai: sangue ovunque, silenzio assoluto e il suo gattino nascosto sopra uno scaffale, in fin di vita. Un’immagine devastante, che nessun proprietario di animali dovrebbe mai vedere.

Nonostante la corsa disperata in clinica veterinaria, Green non ce l’ha fatta: è morto dopo giorni di agonia, per le percosse subite da chi avrebbe dovuto prendersene cura. Il motivo, secondo l’aggressore? «Gli ricordava troppo il suo ex». Una frase agghiacciante, che rivela l’assurdità di una violenza tanto crudele quanto ingiustificabile.


I fatti risalgono al settembre 2024. Oggi, più di un anno dopo, il procedimento giudiziario si è concluso con il patteggiamento a un anno di reclusione, sostituito da 730 ore di lavori di pubblica utilità.

A raccontare per prima questa storia era stata Gabriela Gibin, insegnante e presidente del Coordinamento Tutela Diritti Animali della provincia di Rovigo. L’associazione, parte offesa nel procedimento, era rappresentata dall’avvocata Marina Novello.

Il gip ha inoltre imposto all’uomo diversi obblighi e restrizioni:
– divieto di detenere o portare armi, munizioni ed esplosivi;
– divieto di frequentare persone pregiudicate;
– obbligo di rimanere nella Regione Veneto;
– ritiro del passaporto e sospensione dei documenti validi per l’espatrio.

Misure necessarie, ma che lasciano comunque un enorme senso di amarezza.

Dietro la morte di Green c’è una verità scomoda: la violenza sugli animali è molto più diffusa di quanto si pensi. E spesso nasce nello stesso contesto in cui si sviluppano altre forme di violenza, come quelle domestiche o relazionali. Non è un dettaglio da ignorare: gli animali diventano bersaglio di frustrazioni, rabbia, vendette che nulla hanno a che vedere con loro.

«Rimane la grande amarezza — ha scritto l’associazione — per i continui episodi di violenza e maltrattamenti che vedono protagonisti animali senza colpa, usati come valvola di sfogo da chi non ha controllo sulle proprie emozioni».

Parlare di Green significa parlare di tutti gli animali che subiscono violenze silenziose, spesso senza testimoni e senza giustizia. Significa ricordare che un gatto, un cane, qualunque animale domestico, non è un oggetto: è un essere senziente, che prova dolore, paura, affetto.

La vicenda di Chioggia deve diventare un monito: se vediamo segnali di maltrattamento, non giriamo lo sguardo. Segnalare, denunciare, intervenire può salvare una vita.
E soprattutto, serve una consapevolezza collettiva: chi è capace di fare del male a un animale potrebbe farlo — o lo fa già — anche alle persone intorno a sé.

Green non c’è più. Ma il suo nome può ancora significare qualcosa: la possibilità di cambiare una cultura che tende, troppo spesso, a minimizzare la violenza sugli animali.


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