C’è un momento preciso, nella vita di tutti, in cui il West non è quello dei film americani ma quello delle vignette sfogliate da ragazzi, magari sul divano di casa o nel bar sotto casa. Dietro quei volti in bianco e nero, dietro quelle praterie polverose, c’era una sola mano. E ora quella mano si è fermata per sempre.
Per generazioni ha significato avventura, sogni, fughe quotidiane dentro mondi lontani. Un nome che forse ai più giovani non dice molto, ma che per chi è cresciuto con i fumetti è sinonimo di casa, di edicola, di inchiostro sulle dita. L’Italia del dopoguerra, i pomeriggi d’estate, gli albi consumati: tutto passa da lì.

Il maestro del West a fumetti ci lascia a 100 anni
Il mondo della cultura italiana saluta con commozione Sergio Tarquinio, gigante del fumetto, scomparso all’età di cento anni. Un secolo intero di vita e di disegni, attraversando il periodo d’oro delle “nuvolette” dal secondo dopoguerra fino agli anni ottanta, diventando uno dei grandi padri del fumetto western nel nostro Paese.
Non è stato solo un disegnatore, ma un artista completo: illustratore, pittore, incisore raffinato. A ricordarlo con parole piene di gratitudine è stata la Sergio Bonelli Editore, la casa che più di tutte ha legato il suo nome al West italiano a fumetti. È grazie a lui se i miti della frontiera americana hanno avuto un volto così familiare per migliaia di lettori.

Sergio Tarquinio nasce a Cremona il 13 ottobre 1925. Fin da ragazzino disegna di tutto, ma il destino sembra portarlo altrove: studia da perito industriale e, finita la guerra, serve in Marina negli ultimi, durissimi mesi del conflitto. L’Italia è distrutta, la voglia di sicurezza è forte, e per lui si apre una strada comoda e rispettabile.
Gli propongono un posto sicuro all’ufficio tecnico dell’Alfa Romeo, il sogno di tante famiglie dell’epoca. Ma Tarquinio dice no. Non vuole lasciare Cremona, non vuole rinunciare a quel richiamo ostinato del disegno. Così si reinventa cartellonista pubblicitario, pittore di insegne, artigiano dell’immagine in una provincia che riparte piano ma ha fame di colori e di nuova vita.

A cambiargli il destino è il consiglio di un amico: perché non provare con i fumetti? Sergio si mette al tavolo, prepara alcune tavole di prova a tema western, cavalli, pistoleri, cieli aperti. La casa editrice Dea resta colpita da quel tratto deciso, cinematografico. È l’inizio di una lunga avventura tra cowboy e pionieri che non lo lascerà più.
Dopo una breve parentesi con l’editrice Dardo, arriva la proposta che gli cambia la vita: la Editorial Abril lo vuole in Sud America. È il 1948 quando Tarquinio fa le valigie e vola in Argentina, stabilendosi vicino a Buenos Aires, dove si è formata una vera colonia di talenti italiani del fumetto.
In quegli anni, nei caffè e negli studi editoriali, girano nomi destinati a diventare leggendari. Tra questi c’è anche Hugo Pratt, il papà di Corto Maltese, e Mario Faustinelli. Un ambiente vivacissimo, creativo, pieno di idee e di sperimentazioni, in cui Tarquinio affina lo stile e impara a parlare a pubblici diversi, da quello argentino a quello europeo.
Nel 1952 però il clima politico in Argentina cambia, il lavoro si complica e Sergio decide di tornare in Italia. Qui entra nello studio di Rinaldo Dami, una vera palestra per molti disegnatori dell’epoca. Ed è proprio qui che il suo tratto inizia a viaggiare ancora di più.
Batman, Superman e gli eroi del West
All’interno dello studio Dami, Tarquinio si misura con il mercato britannico e con i grandi miti dei fumetti americani. Per Mondadori arriva perfino a lavorare su icone assolute come Batman e Superman, dimostrando una versatilità straordinaria. I suoi personaggi sono dinamici, espressivi, immediatamente riconoscibili.
Eppure, anche mentre disegna supereroi in calzamaglia, il richiamo del West resta fortissimo. Sergio continua a raccontare pistoleri e indiani, firmando storie dedicate a figure leggendarie come Toro Seduto e Buffalo Bill. Quelle praterie sono il suo elemento naturale, il luogo dove la sua matita trova davvero casa.
La svolta definitiva arriva però con l’ingresso nella scuderia di Sergio Bonelli, a partire dal 1959. Da quel momento, il suo nome si lega indissolubilmente al fumetto popolare italiano.
Con Bonelli, Tarquinio inizia una collaborazione esclusiva che durerà decenni. Disegna le avventure del Giudice Bean, personaggio scritto dallo stesso Sergio Bonelli sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta. Ma il suo contributo più imponente è un altro, quello che entrerà nella memoria collettiva di migliaia di lettori.
Parliamo della collana Storia del West, una delle serie più amate dagli appassionati. Tarquinio ne illustra ben 34 episodi, diventandone una delle colonne portanti fino alla chiusura nel 1981. Ogni tavola è un piccolo film in bianco e nero: cavalli al galoppo, duelli al tramonto, primi piani intensi, panorami mozzafiato.
All’inizio il suo tratto guarda allo stile sintetico di Frank Robbins, poi si evolve, si arricchisce di dettagli, diventa sempre più personale. Tutto questo mentre affronta ritmi di lavoro durissimi, scadenze serrate, un’industria del fumetto che chiede tanto ma restituisce, a chi resiste, un posto nella storia.
Dire basta ai fumetti per inseguire un’altra arte
Verso la metà degli anni ottanta, dopo una proficua collaborazione con Il Giornalino dove firma altre serie western come Nuove frontiere, Tarquinio sente che è arrivato il momento di cambiare. Dopo una vita passata tra vignette e balloon, decide di chiudere con il fumetto.
Non è una fuga, è una scelta d’amore per l’arte. Vuole una forma espressiva ancora più intima, meno legata alle esigenze dell’editoria popolare. Si dedica così completamente alla pittura e all’incisione, un dialogo più silenzioso ma profondo con il colore, la luce, la materia.
Questa seconda vita creativa gli porta riconoscimenti importanti, mostre, stima accademica. Nel 2013 arriva anche un’onorificenza simbolica ma pesantissima: Sergio Tarquinio viene nominato Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Un modo per dire, a livello ufficiale, che quello che ha fatto non è “solo fumetto”, ma vera arte.
Oggi, di lui restano migliaia di tavole che hanno fatto sognare generazioni di lettori, restano scaffali di albi ingialliti ma amatissimi, restano ricordi personali di chi lo ha conosciuto come maestro gentile, discreto, attento. E resta soprattutto un’eredità fondamentale: aver nobilitato il fumetto popolare, portandolo a livelli di eleganza e raffinatezza che hanno segnato un’epoca.
Se in Italia il West ha avuto un volto, se certi pomeriggi d’infanzia profumano ancora di carta stampata e avventura, è anche grazie a lui. La sua matita si è fermata, ma il viaggio tra canyon, saloon e cieli sconfinati continua, ogni volta che qualcuno apre una vecchia copia di Storia del West e torna, almeno per qualche pagina, in quel mondo che Sergio Tarquinio aveva disegnato per tutti noi.


