Perché le zebre hanno le strisce? Tutto quello che abbiamo sempre saputo non è vero. E il mistero si infittisce…


 

Strisce bianche e nere perfettamente disegnate sul pelo. L’elegante livrea della zebra resta un mistero scientifico, un rebus che arrovella gli addetti ai lavori dai tempi di Charles Darwin e sul quale ci si continuerà a interrogare. Almeno stando ai risultati di uno studio pubblicato su ”Frontiers of Zoology”, coordinato da Anna Hughes dell’università inglese di Cambridge. Utilizzando un videogame pensato ad hoc, nel quale 60 volontari hanno rivestito il ruolo di predatori, i ricercatori hanno dato un ulteriore ”spallata” alla teoria secondo cui il manto optical degli animali bianconeri servirebbe come meccanismo di difesa per confondere i nemici. Pare invece non funzioni, perché a detta dei giocatori le strisce rendono anzi la zebra più visibile rispetto a quanto farebbe un pelo tinta unita. Da qui la conclusione degli autori: ”È improbabile che la ‘divisa’ delle zebre sia un trucco della natura per proteggere l’animale dalle mire di leoni affamati, leopardi e ghepardi”. Hughes fa anche notare che già Darwin si era detto scettico nel 1871, citando un’osservazione dell’esploratore William Burchell secondo il quale la lucentezza e la regolarità del manto delle zebre erano di straordinaria bellezza, e rendevano questi animali più facili da individuare.

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Il nuovo studio scientifico ha ricevuto fondi dal ministero della Difesa, e non a caso. Il manto delle zebre e l’ipotesi finora più accreditata per spiegarlo, cioè appunto che rappresenti una tecnica per confondere i predatori, furono fonte di ispirazione per la Marina britannica anche ai tempi della Prima Guerra mondiale. Allora, ricorda l’Independent, la Royal Navy adottò per i suoi mezzi particolari livree bianche e nere nel tentativo di proteggerli dalle flotte tedesche. La Marina inglese, come pure quella americana, promossero un vero e proprio concorso di idee per arrivare alla messa a punto del miglior rivestimento camuffante, proprio giocando su geometrie e contrasti cromatici. Al termine del conflitto, nel 1918, mentre faceva il bilancio delle perdite l’Ammiragliato britannico provò a misurare l’effiacia del sistema, senza però riuscirci. L’idea originaria cadde dunque in disgrazia durante la Seconda Guerra mondiale. L’interesse a risolvere il ”giallo della zebra”, tuttavia, conserva un interesse non solo naturalistico, ma anche militare e civile. ”Questa ricerca e gli studi che seguiranno – commenta infatti Hughes – potranno essere utili anche agli esperti di sicurezza stradale, intenzionati a comprendere meglio come il cervello percepisce elementi confondenti e segnali autostradali”.

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