L’arma Jedi è realtà. Ricordate le spade laser e il flusso energetico della Morte nera di Star Wars? Altro che effetti speciali, ecco come sarà realizzata


 

“Aprite gli scudi, massima energia, fuoco”. Chi può dimenticare il flusso di energia sparato dalla Morte nera di Star Wars, ovvero l’arma più temibile mai creata? Con un solo getto si poteva disintegrare pianeti più grandi della Terra e con il minimo sforzo dei reattori nucleari che alimentavano la magnifica e tenebrosa stazione spaziale. Tutta fantasia? Non proprio. George Lucas, non proprio l’ultimo degli sciocchi, l’aveva ragionata bene questa tecnologia, seppur solo cinematografica ed oggi, più che mai, torna alla ribalta come un’idea tutt’altro che folle. Un gruppo di ricercatori della Macquarie University, infatti, ha appena pubblicato un lavoro sulla rivista Laser and Photonics Reviews in cui dimostra – solo teoricamente – come sia possibile, utilizzando un cristallo di diamante, trasferire la potenza di diverse sorgenti laser in un unico fascio “superlaser”, per l’appunto. Stando agli autori del lavoro, finanziato, tra gli altri, anche dallo Us Air Force Research Laboratory, la tecnologia potrebbe trovare applicazioni nel campo della difesa militare e della “pulizia” dello Spazio. (Continua dopo la foto)







“Da tempo”, spiega Rich Mildren, uno degli autori dello studio, “i ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di fasci laser ad alta potenza da utilizzare come contromisure per droni e missili. Tali strumenti, tuttavia, potrebbero avere anche applicazioni più pacifiche: sarebbe possibile utilizzarli anche come propellente di astronavi o per polverizzare i detriti spaziali (resti di satelliti inutilizzati, per esempio) che orbitano attorno alla Terra e rappresentano un pericolo per le navicelle in orbita”. Gli scienziati, in particolare, hanno mostrato come sia possibile utilizzare un cristallo di diamante purissimo come una sorta di “lente” dove far convergere diversi fasci laser: l’effetto di tale cristallo, stando ai calcoli, dovrebbe essere per l’appunto quello di convogliare in un unico raggio la potenza in entrata mantenendone al contempo stabile la direzione e la coerenza (cioè l’oscillazione sincrona dei fotoni, le particelle di luce contenute nel fascio stesso). (Continua dopo le foto e il video)








 

Dal punto di vista teorico, il fenomeno si chiama “scattering Raman”, un effetto descritto per la prima volta dall’omonimo fisico indiano. Che sia l’anticamera di una nuova arma in grado di salvarci dall’asteroide in rotta di collisione con la terra o meglio ancora, un modo per inviare energia negli angoli più sinistri dell’Universo alla velocità della luce? Staremo a vedere! 

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